Assedio – 4

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Imbracciando il fucile, il colonnello fu il primo a uscire dalla stanza, seguito a ruota da Moriarty e Holmes. Solo Watson indugiò qualche istante, rivolgendo un ultimo sguardo al cadevere di William Bell steso sul lettino, con il cranio aperto e il ventre spalancato in una sorta di grottesca offerta a chissà quale dio. Da un certo punto di vista il dottore ringraziò la loro improvvisa sortita all’esterno: non sarebbe riuscito a sopportare l’odore putrescente e le mosche che sarebbero arrivati da lì a poche ore.
A passo svelto raggiunse gli altri tre e con essi percorse il dedalo di corridoi che formavano la Torre. Holmes, a capo del gruppo, li guidava a colpo sicuro tra i beefeaters e i soldati che correvano da una parte e dall’altra continuando la resistenza alla minaccia mortale che li aspettava appena fuori dalle mura.
«Per di qua» esclamò Holmes, scendendo le strette scale di mattoni che portavano nei sotterranei dell’edificio principale. L’aria era umida e stantia, segno che di rado quella parte era frequentata.


Moriarty staccò una delle lanterne dai muri e gli altri lo imitarono, rischiarando il buio quasi totale che li avvolgeva come un mantello.
Alla luce delle lampade, Watson notò per la seconda volta il sudore sul volto del suo buon amico, che si rosicchiava le labbra con nervosismo. Un occhio meno attento lo avrebbe certamente attribuito alla situazione drammatica in cui Holmes versava in quel momento: la rivelazione che il fratello poteva aver progettato quell’apocalisse e la responsabilità morale che doveva subire. Ma il dottore aveva vissuto abbastanza al 221b di Baker Street con Sherlock Holmes per sapere che quel tremolio e il sottile stato d’ansia altro non erano che i primi segnali di una crisi d’astinenza da cocaina, sostanza che senza ombra di dubbio doveva aver finito già qualche tempo prima.
Pregò che la crisi vera e propria non avvenisse mai.
Dopo pochi minuti, giunsero finalmente al punto cieco che la mappa di Moran non riportava e che invece lui era convinto fosse il passaggio utilizzato dal fratello.
«Sono certo che si trovi qui» mormorò l’investigatore, toccando il muro di mattoni davanti a sé.
A terra, erano ben visibili impronte lasciate di recente. «Sembrano essere quasi della stessa lunghezza dei piedi di suo fratello» disse Moriarty, dando credito alla teoria del rivale. «Forse non finiremo ad Atlantide e non incontreremo la Black Nun» ridacchiò verso Moran.
Holmes li ignorò completamente e sfiorò ogni mattone, ogni fuga, qualsiasi cosa fosse visibile finché non trovò quello giusto. Fece un passo indietro e un assordante rumore, seguito dallo scricchiolio della finta porta che scivolava di lato, rivelò la presenza di un passaggio segreto ben celato.
«Aveva ragione lei, Holmes!» lo lodò Watson e l’altro gli concesse un sorrisetto tirato.
«Ora arriva la parte più difficile, signori. Credo che Mycroft sia passato di qui, ma non sappiamo cosa troveremo sulla via, per cui è bene essere preparati».
Moriarty annuì e aprì il lungo cappotto rosso, rivelando due pistole, una delle quali porse a Sherlock Holmes. «Sarà bene essere tutti preparati».
Entrati nello stretto budello si ritrovarono a dover camminare in fila indiana, Holmes in testa e Moran a chiudere la fila. Armi in pugno si infilarono nel corridoio che immediatamente li portò a una scala piuttosto ripida.
Holmes fece scorrere la mano libera sul Muro di mattoni rossi, decisamente in contrasto con il resto della struttura soprastante.
«Argilla rossa di ottima qualità, probabilmente questi mattoni arrivano dal Galles o dal nord, per non destare sospetti. Sono troppo recenti, di sicuro non hanno più di sette-otto mesi».
Proseguirono la discesa in silenzio, attenti a ogni minimo rumore. Le lanterne rischiaravano una zona limitata impedendo di vedere troppo avanti o indietro, ma fino a quel momento non avevano trovato ostacoli.
La discesa terminò quando arrivarono a un pianerottolo più ampio che dava su una galleria abbastanza larga da permettere loro di camminare affiancati a due a due. Anch’essa in mattoni, presentava dei rinforzi laterali e delle travate molto spesse a sostegno del soffitto.
«A giudicare da quelle colonne in mattoni siamo esattamente sotto il Tamigi» disse Moriarty vagamente teso «Sarà meglio attraversare in fretta, non mi sento a mio agio in questo luogo».
«Mai stato più d’accordo» concluse Holmes, riprendendo a camminare. Fianco a fianco iniziarono ad attraversare il tunnel. Anche li proseguiva diritto, senza svolte o cunicoli secondari sulle pareti. Ogni tanto Holmes deviava verso una parete o una delle colonne, analizzando senza risultati la pavimentazione e il soffitto.
Arrivarono senza problemi all’altro capo del corridoio, il quale tornava a essere stretto come la scalinata da cui erano scesi.
«A quanto pare la discesa ricomincia» sentenziò Moriarty gettando un occhio alla scalinata di fronte. Meno ripida della prima, sembrava portare a una discesa meno brusca verso il basso.
«I suoi uomini le hanno saputo dire quanto questa linea andava in basso, Holmes?» fece eco la voce di Watson da dietro.
L’uomo fece un cenno negativo con il capo. «Affatto, c’erano delle discrepanze fra i testimoni e i progetti erano incompleti. Molto fumoso a pensarci adesso, ma non ci resta che proseguire e scoprirlo».
Rassegnati a una nuova discesa ricominciarono a camminare, ma Sebastian rimase fermo con la lanterna alzata e l’orecchio puntato verso la direzione da cui provenivano. Watson si voltò per controllare, trovandolo immobile e attento in quella posizione.
«Problemi?» chiese sottovoce al colonnello, il quale impiegò un po’ a rispondere, scuotendo il capo.
«Non ne sono sicuro. Ho una strana sensazione, mi è parso di vedere un movimento con la coda dell’occhio, ma forse è solo suggestione». Abbassò lentamente la lanterna, voltandosi per proseguire. Watson lo precedette, stando bene attento a togliere la sicura dalla sua arma.
La seconda discesa parve più interminabile della prima e, a tratti, il corridoio si restringeva, obbligandoli a disporsi in fila indiana. Le torce rischiaravano ben poco e il buio era quasi impenetrabile. Era impossibile affermare con assoluta certezza che cosa li avrebbe attesi solo un metro più in là.
A ogni gradino, in ogni caso, Watson divenne più nervoso per ogni volta che Moran voltava la testa all’indietro. Era assai strano vedere il colonnello così agitato guardarsi tanto spesso alle spalle, e il dottore non riusciva a sentire nulla di particolare, se non il rumore dei loro passi che rimbombavano sulle pareti di mattoni.
«Questo posto è infernale» sibilò, aggrappandosi con le unghie al muro quando, per sbaglio, quasi non si storse una caviglia a causa di un gradino più alto rispetto ai precedenti.
«Inizio a pensarlo anche io» rispose Moran. L’uomo fletté le dita sul calcio della pistola più volte, rallentando il passo. «Ho idea che qualcuno ci stia seguendo».
Davanti, Holmes e Moriarty si fermarono di colpo. Sherlock si voltò verso di lui e annuì. Aveva il volto velato di sudore, nonostante la temperatura non esattamente confortevole. «Sì, lo so. Ma dal passo strascicato che produce, credo sia uno degli infetti che in qualche modo è finito qua sotto».
Non appena lo disse, tutti si irrigidirono. Un sottile filo rosso di ansia e terrore si srotolò per ghermirli nella stessa morsa e l’adrenalina esplose nel sistema nervoso del colonnello. «Devo assolutamente localizzarlo ed eliminarlo».
Moriarty però fu più veloce e gli mise una mano sul braccio, in una presa salda e sicura. «Non c’è tempo, Sebastian. Tieni il coltello a portata di mano e le orecchie ben aperte. Queste scale non sono affatto l’ideale per un combattimento, e potrebbe esserci più di una creatura».
«Per questa ragione suggerisco di muoverci in fretta» lo interruppe Holmes, a bassa voce. «Presto! Scendiamo più velocemente e fate attenzione ai gradini, cominciano a essere irregolari, segno che ci stiamo avvicinando al cantiere».
Tutti d’accordo, si mossero rapidi e silenziosi come un sol uomo. Moran seguitò a tendere l’orecchio in ascolto del loro inseguitore, ma a un certo punto il suono si fece così lontano e indistinto che si convinse non li avesse più seguiti dal momento in cui si erano addentrati nella seconda scalinata.
Dopo circa pochi minuti di scale, Holmes si fermò di colpo. Afferrò Moriarty e per poco Moran e Watson non rovinarono loro addosso.
«Buon dio, Holmes!» si lamentò il professore, ma l’altro lo interruppe. «Faccia silenzio. Fate tutti silenzio. I gradini sono diventati tavole di legno e rischiamo di farci sentire con il loro cigolio. Ancora pochi passi e arriveremo al cantiere».
Subito Moran regolò la lampada a gas, riducendo la fiamma al minimo e lo stesso fecero gli altri. Con l’abbassamento dell’intensità della luce riuscirono così a scorgere la fine della loro scampagnata: un arco di pietra che dava sugli scavi, debolmente illuminati ma abbastanza per permettere loro di vedere meglio.
«Vado avanti io» sussurrò Moran, passando la propria lampada a Moriarty e portandosi in avanti. Un passo dopo l’altro, con l’insospettabile – per un uomo della sua stazza – delicatezza di una ballerina d’opera, superò le tavole di legno con grazia e nemmeno un cigolio segnalò la sua presenza a eventuali guardie nascoste dietro l’arco. Con la pistola in pugno, il colonnello si sporse appena alla fine della parete, prima da una parte e poi dall’altra, registrando con lo sguardo tutto ciò che i suoi compagni ancora non potevano vedere.
A destra il corridoio terminava con una impalcatura e attrezzi di scavo gettati alla rinfusa. Una torcia illuminava la parete ancora da scavare e parte di un carrello per il trasporto del materiale di scavo.
Moran si accucciò, lasciando che gli occhi si adattassero alla minor quantità di luce. Dal basso riuscì a vedere le rotaie che correvano fra le assi di legno, proseguendo nella galleria poco illuminata. Una sentinella si muoveva verso di lui, illuminata a intervalli regolari dalle lanterne sul muro.
Non sarebbe arrivata sino a lì, le lanterne che indicavano il limite della zona di pattugliamento finivano una decina di metri prima, ma non era un problema.
Afferrata la pistola per la canna puntò un piede su un asse, schiacciando per farla scricchiolare sonoramente. Rasente al suolo sporse appena il capo per non farsi vedere, constatando che la guardia aveva staccato una lanterna per venire a controllare.
Si muoveva lenta e con circospezione, fu quindi facile coglierla di sprovvista. Moran, appiattito contro il muro, attese il momento adatto per colpire. Quando il braccio che reggeva la lanterna entrò nel limitato campo visivo dell’uomo, questi scattò di lato con movimento rapido.
Sfruttando l’effetto sorpresa, colpì la sentinella alla carotide con il calcio dell’arma. Senza respiro e senza voce l’uomo caracollò verso la parete, lasciando cadere lanterna e fucile. Il colonnello lo finì fracassandogli il cranio contro una delle travi di sostegno per poi far sparire il cadavere nel carrello da trasporto.
Era stato facile, ma non doveva perdere tempo. Raccolta la lanterna prese il fucile dell’uomo, tornando indietro al gruppo.
«Aggiornamenti?» chiese Holmes impaziente, quasi agitato.
«Una sola sentinella, sistemata. Il corridoio si divide, a destra prosegue qualche metro e si interrompe, a sinistra prosegue curvando lievemente. Ci sono dei binari per il trasporto dei detriti, direi che arrivati li possiamo proseguire su di essi senza fare rumore, nascosti dalla curva e dalle ombre».
«Ottimo, proseguiamo» sibilarono Holmes e Moriarty quasi contemporaneamente, lanciandosi un’occhiata.
Questa volta Watson chiudeva la fila, voltandosi di tanto in tanto per controllare di non essere seguiti. A volte gli parve di sentire qualcosa, ma durò sempre troppo poco. Arrivati alla galleria principale si disposero in fila indiana sul binario destro, attenti a rimanere nascosti dai coni d’ombra fra una lanterna e l’altra.
Proseguirono almeno dieci minuti in quel modo, silenziosi e senza intoppi. La galleria andava via via migliorando e assumendo la forma tubolare di una linea ferroviaria sotterranea, senza che l’illuminazione migliorasse.
La situazione cambiò quando all’orizzonte apparve una zona molto illuminata sulla destra, a giudicare dalle dimensioni Holmes dedusse che doveva essere la banchina della stazione. Proseguirono poco, arrivando a una cinquantina di metri per rintanarsi in una nicchia di servizio ricolma di attrezzi da lavoro.
Si potevano udire delle voci distanti parlare, ma erano troppo basse per capire il senso del discorso.
«Direi che siamo al capolinea. Non sono un militare, ma presto o tardi si accorgeranno che la pattuglia non torna e manderanno qualcuno a controllare».
Il pensiero che il professore espresse ad alta voce era quello di tutti. Non erano in posizione di vantaggio e non avevano idea di quanti fossero, predisporre un attacco sarebbe stato estremamente rischioso.
«Dobbiamo coglierli di sorpresa» sussurrò Holmes deglutendo. «Venendo in qui ho notato un leggero declivio nel binario, una pendenza a nostro favore. Se quel carrello a fondo galleria non è troppo arrugginito io e il professore potremmo creare un diversivo mentre Watson e il colonnello tentano il tiro al bersaglio».
«Ci avevo pensato» sussurrò Moran. «Ma così allerteremo chiunque nel raggio di duecento metri qui sotto».
«Un rischio che dovremo correre». Holmes ringhiò quasi. La penombra illuminava a malapena i tratti duri del suo volto, animato dalla stessa metodica crudeltà che possedeva quando compieva qualche assassinio per conto dello stesso Moriarty. «Quelli non vanno tanto per il sottile, sono del War Office, ho riconosciuto il ricamo sulla manica della spalla della guardia che ho eliminato prima».
«Mycroft è qui» mormorò Holmes. Poi guardò verso l’ex militare, piegando la testa di lato. «Colonnello Moran, mi rendo conto che è una cosa difficile da chiedere, visto che mio fratello è il presunto responsabile della nostra misera situazione, ma se volesse farmi la cortesia di non ucciderlo, le sarei estremamente grato».
Sebastian annuì un paio di volte con un secco gesto del capo. Vicino a lui, Watson avvertiva una strana sensazione di disagio, ma non del tutto spiacevole. L’adrenalina che gli scorreva in corpo, in qualche modo gli ricordava i tempi della guerra in Afghanistan e non era sicuro che non fosse del tutto non benvenuta. «Propongo di muoverci, finché abbiamo un minimo di vantaggio».
«Sono concorde con il mio amico qui» rispose Holmes. Fece un cenno a Moriarty, che senza indugio lo seguì. Appiattiti contro il muro della banchina, i due strisciarono con apparente calma verso il loro obbiettivo: il carrello.
Watson e Moran invece rimasero lì dov’erano, con i fucili in mano e la certezza che da lì a poco ci sarebbe scatenato l’inferno.
«War Office, eh. Niente male» si ritrovò a ridacchiare Watson. «Pensi, non ho mai commesso un crimine in tutta la mia vita e ora sono qui, con lei, un noto criminale, imbracciando un fucile e pronto a far fuoco su quello che dovrebbero tenere il nostro governo al sicuro. Per non parlare di tutta quella gente a cui abbiamo sparato facendo tiro al piccione».
Il cipiglio di Moran si ammorbidì appena e la bocca si incurvò in un mezzo sorriso. «La veda così, Watson: per prima cosa, quelle persone non erano… beh, non sono più persone. Inoltre, quei tipi laggiù stanno certamente tenendo al sicuro il governo, non lo stato. Mi ci gioco le palle che siamo al cospetto della fantomatica Military Intelligence, piuttosto che del War Office».
Watson rimase pensieroso, sistemandosi in ginocchio per prendere la mira con più cura. «Se fossimo in circostanze normali sarei propenso a non crederle, una sezione militare segreta dello stato di cui nessuno è a conoscenza? A quale pro?»
«La veda così» sospirò Moran cercando di rilassarsi, stando attento a non rimanere in posizioni troppo scomode. «A volte i grandi capi hanno bisogno di mani invisibili per sistemare le cose o ottenere informazioni. Un esempio lampante è Holmes con la sua rete di vagabondi e strilloni senzatetto».
Il medico soppesò a lungo quell’informazione, sorpreso di non aver mai dato troppo conto alla fitta rete di informatori e soci che Holmes aveva sparsi per la città. Effettivamente aveva più orecchie fra le strade di quante potesse contarne la corona, la cosa lo inquietò, ma si costrinse a non pensarci.
Un rumore sommesso lo scosse da quei pensieri, un sibilo di metallo contro metallo attirò la sua attenzione. Si voltò un istante per constatare che il carrello stava scendendo placido lungo la rotaia senza fare il minimo rumore. Si chiese come mai fosse apparso così tardi, rendendosi poi conto che tutte le lanterne dietro di loro erano sparite.
Quando il carrello li oltrepassò Moran indicò un punto alla base del telaio, tornando immediatamente a mirare. Il pensiero di Watson fu più lento dei fatti. Quando capì che alla base del carrello un paio di lanterne stavano perdendo olio lungo la strada, una lingua di fuoco li aveva già superati e si stava dirigendo al mezzo, il quale nel frattempo aveva raggiunto la banchina.
Uno degli uomini a guardia si sporse nell’istante in cui le fiamme raggiunsero il carrello, trasformandolo in una palla di fuoco che consumò l’aria con sibilo infernale.
Il colonnello approfittò del momento per giustiziarlo con un colpo preciso alla tempia. La canna di un fucile apparve da dietro l’angolo della banchina, il secondo uomo era più scaltro, ma resistette poco al tremendo calore delle fiamme, ritirandosi senza sparare. La colonna di fuoco avvampava ardendo il legno del carrello e attaccando le travi, in breve quel posto si sarebbe trasformato in un braciere sotterraneo.
«Professore forse versare tutto l’olio delle lanterne non è stata una mossa saggia, dovremo agire considerevolmente più in fretta» suggerì Sherlock, esaltato.
Moriarty non si scompose, quando arrivarono dai due uomini appostati sembravano entrambi su di giri e in preda all’adrenalina.
«Holmes mi creda, questo diversivo ci ha fornito probabilità ben più favorevoli di un attacco silenzioso. Saranno troppo impegnati a pensare come spegnere il fuoco o fuggire per badare a noi».
«Certo, ciò non toglie che saremo comunque un bersaglio ancor più attraente dopo adesso» strepitò Watson, ormai perse le speranze. Non era stato un sotterfugio dei più astuti, ma aveva dato loro tempo di agire. E poi Holmes sembrava rinvigorito, probabilmente la scarica di adrenalina stava aiutando a combattere i sintomi dell’astinenza. Sperava solo sarebbe durato abbastanza.
Senza ulteriori indugi si misero in fila lungo il muro della banchina e proseguirono tutti e quattro accucciati, Moran in testa seguito da Watson, Moriarty e Holmes. Tutti ad armi spianate arrivarono alla banchina, scoprendola vuota. La guardia rimasta aveva abbandonato il fucile ed era corsa via, probabilmente a chiedere aiuto.
Si arrampicarono tutti e quattro con non pochi problemi visto il rogo poco distante che stava attaccando tutto ciò che di combustibile si trovava li attorno. Il fumo stava rapidamente invadendo la zona, sottraendo ossigeno prezioso. Presto le fiamme si sarebbero diffuse sino a costringerli a riemergere, non prima però di aver trovato Mycroft.
Analizzarono la banchina cercando di stare bassi per evitare il fumo, ma fu piuttosto semplice seguire le tracce della sentinella scomparsa. Era tutto molto spartano, nella rientranza della parete si aprivano una serie di porte che conducevano alla sala grande dove la gente restava in attesa lontano dai fumi nocivi dei treni.
Lì cinque uomini, compresa la sentinella fuggita, si stavano affrettando per recuperare dell’acqua e spegnere il rogo, ma gettarono tutto a terra appena videro i quattro entrare ad armi spianate.
Holmes tentò la via del dialogo, intimandogli di arrendersi e gettarsi a terra, senza ottenere risultato. Cercarono di sfoderare le pistole, ottenendo una pioggia di piombo da parte dei quattro uomini. Caddero tutti a terra esanimi ancor prima di riuscire a sfoderare.
Armi in pugno si addentrarono nel salone, spalla contro spalla per coprire ogni direzione, ma non arrivò nessun altro.
«Chiudo le porte!» urlò Watson, correndo di nuovo verso la banchina per serrare le porte verso di essa. Non avrebbe rallentato il fuoco, ma il fumo sì. Moran corse ad aiutarlo mentre Holmes e Moriarty si fermarono a osservare le cinque vittime.
Avevano tutti abiti civili, nessun segno distintivo particolare. L’unica anomalia erano le armi, nuove e senza alcun segno distintivo. Nessun sigillo del fabbricante, nessun numero di serie. Holmes analizzò una pistola e la porse a Moriarty.
Entrambi arrivarono alle stesse conclusioni, ma fu il professore a parlare quando Watson e Moran tornarono.
«Le probabilità erano dalla nostra, ma chissà per quanto. Questi non sono bobbies o soldati, ma militari addestrati. Guardate l’arma» porse la pistola a Moran, il quale la passò silenzioso al dottore.
«Niente sigilli, niente numero di serie, calibro maggiorato non standard e canna più lunga di due pollici. Queste non sono armi per un milite qualunque».
«Lo può ben dire professore, vi suggerirei però di abbassarle e poggiarle a terra» fece eco una voce calma proveniente da una zona d’ombra.
Tutti si voltarono armi in pugno, trovandosi di fronte un manipolo di uomini a fucili spianati, guidati in testa da un Mycroft Holmes dall’aspetto provato. Sudava e faceva trasparire dall’aspetto molle una rabbia a stento controllata.
Nessuno fu sorpreso di vederlo tanto quanto del cenno di Holmes di abbassare le armi. Era ancora teso come una molla, ma era palese che in quella situazione di svantaggio volesse cercare di guadagnare tempo. Anche Moriarty ebbe la stessa intuizione, abbassando l’arma e facendo cenno a Moran di fare lo stesso.
«Mycroft, che piacere! Allora come sta sua maestà, c’è posto al suo tavolo da tè o ha dovuto rimandare per cause di forza maggiore?»
Il maggiore degli Holmes rimase serio, sfoggiando solamente un ghigno sorpreso. «Sua maestà è in trasferimento, di nuovo. Sapevo di non poterti nascondere la verità, ma diamine non immaginavo che si sarebbe arrivati a tanto, hai forse perso il lume della ragione?»
«Lui?» rispose Moriarty, bloccando Sherlock «e che dire di lei e del suo modesto piano per appianare le divergenze sfoltendo i ranghi del popolo? Persino ai miei occhi questa sembra una barbarie». In un certo senso lo pensava davvero, nonostante avesse già elaborato nella sua mente una miriade di modi per volgere la situazione a suo vantaggio.
«Professor Moriarty sono lusingato di essere riuscito a stupirla, ma vede qui non si tratta di un complotto, semmai di semplice politica interna». Mycroft fece un passo avanti, schiarendosi la voce.
«Doveva andare tutto liscio, sembrare un incidente per distrarvi il più possibile. Immaginavo che Sherlock avrebbe trovato Bell per portarlo in salvo e farlo lavorare una cura, ciò che non avevo preventivato eravate voi e il vostro fido guardiano».
Si voltò verso Sherlock come per giudicare un ragazzino che ne ha combinata una grossa «Sherlock come hai potuto affiancarti a questa persona? Tu stesso gli hai dato la caccia più di chiunque altro e sai cosa ha fatto, quali sono i suoi crimini».
Holmes lo guardò di pietra, l’espressione più dura che Watson avesse mai visto su quel volto.
«Strani periodi richiedono strani alleati. Il professore è venuto a cercarmi in pace prima che tutto degenerasse, esponendo teorie interessanti su di una eventuale collaborazione volta alla sopravvivenza comune. Sarebbe stato illogico e stupido rifiutare».
Si schiarì la voce lasciando cadere la pistola e facendo un passo avanti. I fucilieri fremettero, ma Mycroft alzò una mano facendo cenno di non muoversi.
«E come puoi tu incolparlo dei suoi crimini se ti sei macchiato di un onta simile? Non hanno nessun peso sulla tua coscienza tutti gli inglesi morti o morenti e quelli che combattono con ogni grammo di forza per resistere a questa piaga che tu hai creato?»
Mycroft inarcò un sopracciglio, ma Holmes proseguì senza dargli modo di parlare.
«Davvero ingegnoso il metodo, il professor Bell ci era quasi arrivato, ma ho completato il quadro solo dopo la sua morte. Micelis Purpurea, il fungo indiano. Mi chiedo come tu sia riuscito a far tutto questo partendo da un parassita che infetta solo le formiche».
Mycroft scrollò lievemente le spalle, incrociando le mani dietro la schiena «Tu, il professore, Bell. Non siete voi le sole menti brillanti nel mondo accademico, molte altre sanno come manipolare la vita in modi che nemmeno immaginate. Fortunatamente non riuscirete a fare altri danni, tutto è ancora sotto controllo e la Corona salva. Al termine di questa situazione si tratterà solamente di ripulire il regno da un mucchio di cadaveri ambulanti, né più né meno».
«Si sbaglia, mister Holmes» esordì Watson ad alta voce, come per farsi notare. «Non sono più un mucchio di cadaveri ambulanti». Il tono era piatto e serio, tanto che Mycroft si voltò verso di lui impettito.
«Prego, signor Watson? Non credo di aver compreso la sua questione» .
«Il parassita. Ci ho messo molto a capirlo, ma alla fine sono riuscito a collegarmi ai primi studi di biologia della facoltà. Un organismo così evoluto non può rimanere sempre tale se vuole sopravvivere in modo aggressivo, deve cambiare, evolvere rapidamente per non consumarsi o essere sconfitto. Io e il colonnello Moran abbiamo confermato l’esistenza di almeno altri due tipi di zombie completamente differenti, uno dei quali particolarmente forte e…».
Watson non finì la frase. Un urlo tremendo e gutturale riempì le orecchie di tutti, sovrastando persino il sibilo delle fiamme che stavano lentamente consumando la galleria dietro le porte.
Un altro urlo seguì il primo, poi un altro e un altro ancora. Qualcosa urtò contro una delle porte in legno massiccio della banchina, scuotendola e facendo entrare un filo di fumo. Tutti si voltarono verso di essa, i fucilieri con le armi spianate pronte a sparare.
«…efferata» concluse Holmes per Watson. L’urto si ripeté e Mycroft, pallido in volto, si fece indietro ordinando ai suoi uomini di fare muro e prepararsi a sparare.
«Sembra che madre natura abbia scombinato i tuoi piani, Mycroft» lo schernì Sherlock. Non era certo la situazione adatta all’ironia, ma il tempestivo intervento di quelle creature aveva generato la perfetta occasione per fuggire.
Raccolse una pistola da terra nello stesso istante in cui un altro colpo scuoteva la porta, scheggiandola e facendo penetrare la luce arancione vivida del rogo.
«Signori» esordì Moran a mezza voce per la prima volta imbracciando il fucile. «Io propongo di darci alla fuga ora prima che sia troppo tardi».
«Mai stato più d’accordo con lei, colonnello» rispose Holmes, indicando la direzione da seguire. «Ho ragione di credere che troveremo presto l’uscita».
Abbandonando gli agenti del War Office – o della Military Intelligence, per quanto ne sapevano – e Mycroft Holmes al loro destino, il gruppo seguì Sherlock per le scale che dovevano portare all’uscita. Watson non aveva la minima idea in che parte di Londra fossero finiti, ma apparentemente il suo coinquilino lo sapeva abbastanza bene.
Con una certa sorpresa, giunsero in fretta all’uscita, perfettamente costruita e arredata nonostante la sua esistenza fosse pressoché sconosciuta. Una spessa parete di legno però li separava dal mondo esterno.
«Presto, spostiamo quelle tavole e saremo fuori» sibilò l’investigatore e immediatamente tutti e quattro gli uomini si adoperarono a tirar via l’ostacolo.
Alle loro spalle, urla e suoni gutturali misero una certa urgenza nei loro gesti e Moriarty chiese: «Quegli zombie… ci hanno seguiti, ma nessuno di noi se ne è accorto».
«Watson e Moran se ne sono accorti almeno tre volte» rispose Holmes, tirando un calcio a una tavola particolarmente pesante. «Ma non hanno detto nulla, convinti che il suono che ci seguiva sin da quando abbiamo abbandonato la Torre fosse frutto della loro immaginazione».
«E questo come diamine…» fece Moran, ma fu interrotto dal ringhio che risuonò alla fine del corridoio. Uno zombie, sbavante e ringhiante apparve correndo dritto verso di loro, con un’agilità e una potenza a dir poco impressionante. D’istinto, Watson sollevò il fucile e fece fuoco, dritto alla testa, facendo esplodere il cranio di quello che aveva l’aria di essere un ex poliziotto in una grottesca rosa di carne.
«Bel colpo, Watson» si complimentò Holmes. Un attimo più tardi aveva scardinato una tavola e si era creato un varco sufficiente per passare.
Uno dietro l’altro, i quattro si incunearono nel passaggio e uscirono fuori, in quello che doveva essere un sito di scavi ingegnosamente nascosto da un finto muro. Il suono dietro di loro però li fece accelerare, ritrovandosi infine in strada, dove una carrozza era pronta a partire. Nonostante fosse una semplice carrozza nera, senza fregi o particolari orpelli, lo stemma reale dipinto sulle fiancate indicava chiaramente a chi appartenesse.
«Dobbiamo prendere quella carrozza» ansimò Holmes, prima di uscire in strada. Immediatamente il cocchiere puntò il fucile verso di loro, mentre altri due uomini, sul tetto della carrozza, fecero lo stesso. Holmes sparò al primo, mentre Watson e Moran agli altri due, che caddero a terra con un tonfo.
«Non la facevo un assassino» considerò Moriarty, mentre armeggiava con la portiera chiusa a chiave.
«Strani periodi, strani comportamenti» fu la risposta.
Un attimo più tardi la porta fu aperta, consentendo a Holmes e Moriarty di salire. Watson e Moran presero posto alla guida, il dottore lasciò l’arma a Moran per prendere le redini.

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