Assedio – 5

Spronati i cavalli, partirono al galoppo verso le vie di Londra, travolgendo qualunque cosa si parasse sulla loro strada. Dall’interno della carrozza si udì un rumore di vetri infranti, i due uomini avevano rotto i vetri delle porte e della finestra posteriore per sporgersi meglio verso l’esterno. Si sorpresero di trovare una quantità minima di morti presenti in strada.

Superato il sito degli scavi fu chiaro il perché; un convoglio di tre carrozze scortate era stato assaltato, gli uomini di guardia combattevano strenuamente, ma l’orda era in soprannumero di dieci a uno, non avevano speranze.

Watson rallentò, senza fermarsi per evitare di attirare l’attenzione. Il suo senso di civiltà pulsava desideroso di fermarsi e aiutare, ma l’istinto di sopravvivenza in quel momento era più forte di qualunque altra cosa.

Fu quando fra le urla degli uomini una donna salì sul tetto di una delle carrozze che tutti capirono a chi appartenesse quel convoglio.

Uno degli uomini aveva aiutato la regina Vittoria a salire sul tetto, a fatica era riuscito a trascinarla in una posizione da cui poteva ammirare meglio il modo in cui sarebbe finita: fra i denti del popolo.

«Mio dio, la regina! Dobbiamo aiutarla!» sbottò Watson sul punto di tirare le redini e fermare i cavalli.

Holmes gli intimò di non fermarsi urlando dall’interno del mezzo. «Watson! Quella è la stessa regina che ha accettato tutto questo, non abbiamo tempo per salvare una simile traditrice del suo popolo!» sbraitò agitandosi dal lato della carrozza. Il dottore sapeva che aveva ragione, ma non riusciva ad abbandonare l’idea di poter fare qualcosa.

Fu il colonnello a porre fine alla questione, agendo così velocemente che Watson non ebbe il tempo o la volontà di fermarlo. Alzato il fucile inspirò rapidamente, adattandosi al movimento lento della carrozza e tracciando una traiettoria stabile.

Il colpo fu preciso, nonostante il movimento della carrozza e l’agitarsi della regina il proiettile la centrò in pieno occhio, facendo esplodere letteralmente parte del cranio.

«Lunga vita alla regina» sentenziò Moran quasi divertito. Watson spalancò la bocca, avrebbe voluto gettare Moran in strada per un simile affronto, ma lasciò che la ragione vincesse sul sentimento e spronò i cavalli a correre più che mai.

Non ci furono ulteriori intoppi per gran parte del tragitto, Watson travolgeva qualunque cosa gli si parasse davanti senza pensarci troppo, del resto i cavalli – due robusti e apparentemente infaticabili frisoni – non sembravano risentire degli urti con i corpi malconci delle creature.

«Watson!» urlò Holmes da dentro la cabina, sporgendosi per farsi sentire meglio «Deve dirigersi il più a Ovest possibile, dobbiamo tornare sul fiume!»

Il dottore parve sorpreso da quella richiesta, ma Holmes non perse tempo e spiegò le sue motivazioni. «Io e il professore abbiamo convenuto che sarebbe ridicolo rimanere ancora sul suolo Inglese. La statistica volge sempre più a nostro svantaggio, sarebbe opportuno tornare sul continente per avvertire gli altri paesi ed esser certi di ricevere aiuto!»

La cosa parve ragionevole a tutti, ancora non conoscevano l’estensione dell’infezione, però Londra già sembrava lo spettro di se stessa, deserta e priva di vita.

«Sembra ragionevole!» urlò Watson tirando le redini per far svoltare i cavalli in una via laterale «Ma perché proprio il fiume?»

«Non sappiamo le condizioni della strada che ci separa da qui alla Manica, sarebbe più saggio trovare un battello a vapore, scendere verso la foce e navigare lungo la costa per poi dirigerci verso Calais».

Il ragionamento era ineccepibile, navigare era più sicuro che attraversare una campagna inglese potenzialmente selvaggia e popolata di morti ambulanti.

Uscire da Londra fu un vero incubo, poiché guidare in mezzo a una massa di morti ambulanti era qualcosa di incredibile. Non potevano semplicemente gettarsi nella mischia e sperare di uscirne vivi dall’altro capo della strada anche se i cavalli sembravano essere immuni – seppur terrorizzati – da qualunque effetto del Micelis Purpurea.

Spesso e volentieri incapparono in vere e proprie maree umane, affamate di carne e sangue, emananti un fetido e putrescente odore di morte e decomposizione. Nonostante la maggior parte di quegli esseri fosse ancora allo stadio pressoché larvale, limitandosi a voltarsi verso la carrozza e fare qualche passo per raggiungerla, più di una volta il gruppo si ritrovò a dover deviare e spronare i cavalli per fuggire a zombie per più forti e veloci.

Moran si era trasferito sul tettuccio della carrozza, legandosi con le cinghie del portabagagli per non cadere durante le curve, di modo da avere una visuale completa di ciò che stava davanti, dietro e ai lati del veicolo. In quel modo era in grado di sparare con più accuratezza ai mostri veloci e affamati che contavano sulla propria forza per poterli catturare.

Holmes e Moriarty avevano invece bloccato le porte dall’interno per impedire ai vaganti di aprirle, mentre Watson frustava i cavalli a più non posso ignorando le grida di aiuto da parte dei vivi ancora intrappolati negli edifici.

Poi, dopo quella che parve un’eternità, uscirono da Londra. Arrivare al fiume richiese più tempo del previsto, dovettero compiere numerose deviazioni e fermate per liberare la strada, ma fuori dalla City non incontrarono mai gruppi di morti troppo numerosi.

Abbandonati i cavalli lungo la riva procedettero a piedi cercando di raggiungere il porto di Milwall, il più vicino che erano riusciti a raggiungere. Alla loro destra il sole iniziava a tingersi di arancione, calando oltre l’orizzonte cittadino. Si facevano strada fra le creature impacciate senza più usare le armi da fuoco, ma mazze e bastoni. Evitavano rumore e spreco di proiettili mantenendo una formazione chiusa per proteggere ogni direzione.

Avevano poco tempo e dovevano trovare una barca per discendere il fiume, possibilmente un battello a vapore in grado di muoversi per molte miglia. Ancorato a una darsena trovarono un modesto piroscafo a elica, forse fermo per riparazioni, ma comunque galleggiante e in buono stato.

Salirono tutti a bordo per controllare lo stato della nave, la quale sebbene sembrasse in ordine era però quasi completamente scarica di carbone e provviste. Setacciarono ogni angolo del natante in cerca di morti o sopravvissuti, constatando la completa pulizia del mezzo.

Rimaneva solo il problema di rifornire la nave e partire prima del buio, onde evitare di dover combattere nell’oscurità.

«Direi che è il momento di dividere i compiti ora» iniziò Holmes voltandosi verso Watson. «Dottore vorrei che lei e il colonnello andaste in cerca di carbone e qualche provvista. Nel cantiere qui vicino dovrebbe essercene una scorta, cercate i carrelli e fate presto. Io e il professore rimarremo qui per cercare di mettere in pressione la caldaia, anche se temo dovremo partire facendoci trascinare dalla corrente».

I due annuirono, cedendo i fucili e tenendosi solo le mazze. Si misero immediatamente all’opera uscendo da sotto coperta per correre sul molo verso il piccolo cantiere navale.

Una volta distanti, Watson sussurrò: «Laggiù vedo un emporio di vari generi. Probabilmente avranno anche del cibo, oltre che al carbone».

«Sperando che nessun altro abbia avuto la nostra stessa idea» rispose Moran, sfilando un coltellaccio dal collo dello stivale. «Prenda questo. Un colpo preciso alla gola e staccherà la testa a quei bastardi, ora andiamo».

Watson afferrò il pugnale senza proferire verbo. Nonostante dentro di lui qualcosa lottasse ancora con il suo giuramento medico, i fatti lo avevano disposto in una modalità di sopravvivenza da cui non sarebbe uscito molto presto.

Insieme corsero verso il basso edificio in legno dal tetto spiovente e dalle grondaie staccate. La porta sembrava chiusa, ma i vetri erano stati rotti e giacevano fuori, sulla veranda, insanguinati.

«Rotti da dentro» bisbigliò il dottore. «Qualunque cosa sia entrata là dentro non ha fatto uscire nessuno, a quanto pare».

I due decisero di fare il giro sul retro, chiuso da altri edifici in un vicolo sterrato. Nessun rumore, nessun suono sembrava rovinare la silenziosa atmosfera in cui Milwall pareva essere caduta. Entrambi sospettavano però che le creature fossero in agguato da qualche parte, pronte a colpirli. Una sensazione che non si poteva cancellare con tanta leggerezza, faceva serpeggiare il disagio sotto pelle a ogni passo che facevano. Entrare nell’emporio poteva significare non trovare nulla o essere assaliti da un’orda di cannibali assassini nascosti nel buio.

L’improvviso rumore di una persiana che sbatteva li fece sobbalzare e Moran imprecò, alzando la testa, nel vedere sopra di loro il battente di una persiana che ondeggiava a pochi millimetri dal muro, mossa dal vento. Con la tensione a fior di pelle riportò la propria attenzione a dove stavano andando, finché una volta girato l’angolo non furono davanti alla porta del retro bottega. Non c’erano finestre o altre aperture che permettessero di vedere all’interno e nessun suono giungeva alle loro orecchie tranne quello dello sbatacchiare della persiana della casa vicina.

Moran studiò per un istante la vecchia maniglia arrugginita e insanguinata e la abbassò usando il polso, per evitare di toccare il fluido raggrumato. La porta si aprì con un lieve e sinistro cigolio, spalancandosi su quello che aveva tutta l’aria di essere un vecchio magazzino. Con la poca luce a disposizione che filtrava dall’esterno, il Colonnello controllò tutto ciò che la sua visuale poteva abbracciare e immediatamente i suoi occhi si focalizzarono sui sacchi di carbone in bella vista ai piedi di uno scaffale. Anche Watson li vide e scattò in avanti per raggiungerli, ma l’altro gli tese un braccio davanti e lo fermò ancora prima di poter muovere un solo passo. «Fermo» sussurrò con una voce così bassa che Watson a malapena riuscì a sentirlo. «Non sappiamo se ce ne sono nascosti, qui dentro».

L’altro annuì e si ritrovò a imitare i passi di Moran, leggeri come quelli di un gatto, all’interno della costruzione. Nelle immediate vicinanze non c’era nulla che lasciasse presagire un pericolo imminente, ma non abbassarono comunque la guardia. Watson afferrò un vecchio sacco di tela e lo riempì con alcune scatolette rimaste sugli scaffali quasi spogli e un paio di vasi pieni di carne essiccata. Moran invece si dedicò al carbone, prendendo tanti sacchi quanto il suo fisico gli permettesse di trasportare. «Dovremo tornare, questi non ci basteranno».

Pochi passi e furono fuori, segretamente increduli di non essere incappati in un sanguinario combattimento. Con la stessa modalità silenziosa, i due tornarono al battello, dove trovarono Moriarty e un Holmes visibilmente pallido ad attenderli per recuperare le provviste.

«Dobbiamo tornare a prendere altro carbone» disse Moran, fissando il proprio sguardo di ghiaccio sulla faccia di Sherlock Holmes. «Dite, siete sicuro di stare bene?»

«Sto benissimo» rispose questi, lasciandosi scappare una vena acida che Watson gli sentiva solo in due casi: quando era frustrato dalla mancanza di indizi in un caso e quando era in piena sindrome d’astinenza.

Moran però non poteva saperlo. «Sicuro di non essere stato morso?» e mentre lo diceva, strinse involontariamente la mano sull’elsa del proprio pugnale.

Holmes scoppiò in una bassa risatina. «Le assicuro di no, Colonnello. Ora andate a prendere il resto e tornate in fretta, siamo riusciti ad accendere la caldaia».

Con ancora il dubbio negli occhi, Moran si arrese e fece cenno a Watson di seguirlo nuovamente nel retro bottega. Una volta lì, il dottore si avventurò fra gli alti scaffali, scorgendo su uno dei ripiani, l’ultima cosa che si aspettava di trovare in un posto del genere. Sicuramente dimenticato da qualcuno, un astuccio di cuoio faceva bella mostra di sé e in quell’istante Watson si dimenticò di ogni cosa stesse facendo per prenderlo e aprirlo. All’interno vi era una siringa di vetro e un laccio emostatico, ma oltre a quello, nient’altro. Con un gesto nervoso lo richiuse e, una volta assicuratosi che Moran non lo stesse guardando, se lo ficcò profondamente in tasca.

Ma dove c’era una siringa, c’era sicuramente della droga.

Con ogni probabilità, l’emporio Mr. Johnson & Sons, come recitava la vecchia insegna scrostata sul davanti dell’edificio, non si occupava esclusivamente di compravendite legali. Il che era del tutto normale in una cittadina portuale, ma a Watson non importava altro che trovare la droga per poter calmare l’astinenza del suo amico.

Con il sacco di iuta stretto in una mano e il pugnale nell’altra, si mise a cercare nella penombra offerta dalla scarsa luce proveniente dalla porta. Di sicuro non l’avrebbe mai trovata in bella vista, ma nel mentre raccoglieva il più possibile. Girò l’angolo e vide Moran appoggiare del carbone appena fuori dalla porta e rientrare, così proseguì la sua piccola personale avventura proseguendo verso una porticina semiaperta. Entrò nella stanza, a malapena illuminata dalla luce che filtrava dalle finestre chiuse con assi inchiodate. Era vuota, e si trattava con assoluta certezza dell’ufficio di Mr. Johnson. Quello a terra doveva essere il suo cadavere, con la gola squarciata.

Stringendo il pugnale, Watson toccò il corpo con un piede, ma questi non si mosse. Era decisamente morto e lì da molto tempo, visto lo stato di semi mummificazione in cui versava. Dispiaciuto per la morte dell’uomo, ma lieto che se fosse rimasto ben saldo a terra, Watson si avvicinò in fretta alla scrivania e aprì gli unici due cassetti, che trovò pieni di fogli, cancelleria e tabacco. Prese quest’ultimo, poiché utile in caso di punture d’insetto e piccole ferite.

Controllò ogni angolo della stanza nella sua ricerca ossessiva, fino a ché lo sguardo non gli cadde su una piccola cassaforte appoggiata proprio ai piedi della scrivania. Ovviamente necessitava di essere aperta con una chiave, ma a Watson mancava il tempo per cercarla, così tentò nell’unico posto possibile: il cadavere dell’uomo sul pavimento.

Sperando con tutte le proprie forze che si trattasse proprio di Mr. Johnson e non di uno sfortunato avventuriero, il dottore perquisì tutte le tasche dei vestiti lerci e impregnati da fluidi mortiferi, fino a che non trovò una minuscola chiave dorata nella taschina interna del panciotto dell’uomo. Tornò a chinarsi sotto la scrivania per aprire la cassaforte. La porticina in metallo si spalancò al terzo tentativo di effrazione e John infilò la mano all’interno per entrare in possesso di una scatola di metallo, unica solitaria occupante della cassaforte insieme a qualche banconota. Fece scattare il coperchio e spalancò gli occhi alla vista di così tanta cocaina. Per essere sicuro che non fosse zucchero o farina, vi intinse appena il pollice e si sfregò la sostanza sulle gengive, avvertendone il sapore alcalino.

Il rumore di passi nella stanza lo riscosse e in fretta e furia nascose la scatola nella tasca della giacca, chiedendosi quale scusa avrebbe dovuto raccontare a Moran per giustificare la propria presenza sotto una scrivania.

Ma quando si rialzò, con un mezzo sorriso dipinto in volto, non fu il Colonnello che si ritrovò davanti, bensì un morto vivente, e non uno di quelli in stato vegetativo.

Watson lasciò cadere il sacco di tela e brandì il coltello, mentre la creatura ringhiante gli si avventava contro con i denti snudati pronti a morderlo ovunque fosse possibile. Il dottore fece un passo indietro per evitare la presa assassina, ma inciampò proprio nel cadavere di Mr. Johnson e cadde all’indietro.

L’aria gli defluì di colpo dai polmoni nello stesso istante in cui la schiena impattò con il pavimento e mollò la presa della mano che stringeva il pugnale, che rotolò distante.

Lo zombie gli si avventò addosso e Watson dovette tendere le braccia in avanti per poterlo bloccare all’altezza delle spalle, ma si dimenava con così tanta forza che non sarebbe riuscito a tenerlo a bada ancora per molto.

«Moran!» urlò con tutta la voce che aveva in corpo e al contempo cercando di evitare gli sputacchi sanguinolenti del mostro sopra di sé. «Moran! Sono nell’ufficio! Mi aiuti!»

Lottò con tutte le forze che aveva in corpo, scalciando e imprecando, finché pochi istanti più tardi il peso che sentiva addosso non venne improvvisamente rimosso e poté rotolare via afferrando il pugnale. Si mise in piedi, nel mentre Moran sbatteva la creatura contro il muro con tutta la forza che possedeva nelle braccia. Lo zombie colpì il muro con il suono di ossa che si rompevano, ma si rigettò nuovamente contro di loro con una ferocia inaudita.

«Dannazione!» esclamò Moran, ma Watson fu più rapido e, tenendo il pugnale di lato con entrambe le mani, caricò lo zombie per poi scartarlo all’ultimo secondo, affondandone la lama nella gola e portandosi via tutta la testa. Andò a sbattere a sua volta contro il muro, ma finalmente il mostro giaceva a terra, definitivamente morto e innocuo.

«Usciamo di qui» sibilò il dottore, recuperando il sacco con i generi alimentari e seguendo Moran all’esterno dell’emporio. Quando furono sulla via del ritorno, per la seconda e ultima volta, il medico biascicò un «Grazie, sarei morto là dentro senza il suo aiuto».

Il Colonnello si limitò a rispondere con un’alzata di spalle, ancora insicuro della propria voce. Aveva l’adrenalina a mille e il desiderio di spaccare qualcosa. Era furioso con se stesso per non aver controllato il magazzino come si conveniva e l’aggressione a Watson era solo una delle decine di maniere di morire che avrebbero potuto incontrare là dentro. Quando fu pronto a fidarsi nuovamente della propria voce disse: «Cosa le è saltato in mente di infilarsi in quel vicolo cieco? Poteva esserci qualunque cosa là dentro».

«Ma lei è venuto in mio soccorso» fece l’altro, senza rispondere alla domanda. «Presto, ancora pochi passi e saremo in salvo».

Sebastian si zittì e salì sul ponticello di legno, gettando i sacchi di carbone sul piroscafo. Il dottore fece lo stesso e trasportò anche quel poco di viveri che era stato in grado di recuperare prima di provare a morire di una morte estremamente orribile e violenta dentro l’ufficio di un contrabbandiere.

L’astuccio di cuoio e la scatola in metallo pesavano dentro la giacca, procurandogli un senso di malessere improvviso.

Cercò di sopprimere quel sentimento con il lavoro fisico, aiutando Il colonnello a sistemare il carbone sotto coperta. Lì trovarono Holmes alle prese con la caldaia e Moriarty intento a comunicargli valori dai vari manometri, armeggiando sulle valvole a ogni indicazione dell’investigatore.

Dalla bocca della caldaia proveniva una bella fiamma arancione, ma a giudicare dalle loro espressioni cupe non era minimamente sufficiente a far muovere la barca. Svuotato il combustibile nella carbonaia, piena a malapena per metà, Watson si avvicinò all’investigatore intento ad alimentare le fiamme con l’aria.

«Holmes potrebbe venire con me sul ponte? Avrei bisogno di parlarle, urgentemente».

L’investigatore non si degnò nemmeno di voltarsi, rispondendo solo dopo essersi asciugato un rivolo di sudore dalla fronte.

«Non ora, Watson. Dobbiamo partire al più presto e la caldaia non vuole saperne di entrare in temperatura».

Il tono secco e alterato sorpresero poco il dottore, costringendolo a misure drastiche.

«No, ora Holmes. La barca possiamo staccarla dal molo con i pali e navigare senza il dannato motore» rispose duramente, alzando la voce per imporsi come di rado faceva. Tutti si voltarono a osservarlo in silenzio, Holmes compreso, alzandosi poi lentamente senza staccare lo sguardo.

«D’accordo» rispose piatto, sorpreso da quel comportamento «Signor Moran crede di poter lavorare sul tiraggio della caldaia e tenerla alimentata in mia assenza? Il professore saprà come guidarla».

Il colonnello annuì, prendendo il suo posto mentre i due salivano sul ponte. La luce era ormai fioca, il sole illuminava una piccola porzione di cielo mentre scendeva dietro la città agonizzante. Nella calma del porto si potevano udire ogni tanto delle grida o lamenti distanti, quasi sussurrati.

Si diressero a prua, Watson si prese del tempo accendendo le lanterne per illuminare meglio il natante.

«So cosa le sta succedendo, Holmes. Questa situazione ha sfiancato tutti, privandoci di molto» sottolineò quell’ultima parte, senza però ottenere una risposta dall’amico.

Si voltò sfilando l’astuccio di cuoio e la scatoletta contenente la cocaina.

«Come dottore non ho mai approvato il suo consumo scellerato di cocaina, né posso sentirmi felice del contribuire a questa sua dipendenza, ma la sua astensione minaccia la sopravvivenza di tutti».

Porse entrambi gli oggetti all’amico, il quale li prese senza proferir parola. Rigirò l’astuccio con la siringa e soppesò la scatoletta contenente la cocaina, aprendola per saggiarne la finezza con un pollice.

«Sono quasi morto per quella, spero almeno che serva a tenerla controllato per un po’» concluse Watson con una rottura nella voce. Dover fornire la cocaina al suo stesso amico per alimentarne la dipendenza andava contro tutti i suoi principi, ma non sapeva come agire.

Fu Holmes a sorprenderlo con un gesto del tutto inaspettato, porgendo di nuovo entrambi gli oggetti al dottore.

«Watson la sua premura è encomiabile, non so nemmeno come esprimere gratitudine per questo gesto, ma credo che sia meglio se tenga tutto lei»

Il dottore era sbalordito, quasi arrabbiato. Stava per morire per quegli stupefacenti e adesso li rifiutava?

«Ma Holmes, lei sta male! È in piena crisi d’astinenza!»

«Lo so bene, per questo ho gettato la mia cocaina nella caldaia mentre il professore controllava l’acqua. Non credo ci sia momento migliore di questo per porre fine a questa dipendenza, ormai sono giorni che resisto alla tentazione mentre il mio corpo brama l’offuscamento, ma gli ultimi eventi hanno seriamente provato la mia concentrazione».

Incitò il dottore a prendere gli oggetti con un gesto delle mani, il quale rassegnatosi riprese tutto indietro.

«C’è una cassetta medica in cabina, il mobiletto di fianco al timone, può mettere li la siringa. Con la droga faccia ciò che le pare, ma io devo rassegnarmi a convincere il corpo a farne a meno».

Il dottore soppesò la scatola stringendola nel pugno senza mai staccare gli occhi di dosso al suo compagno. Non riusciva a credere che fosse rimasto addirittura per giorni senza assumere alcuna sostanza, per di più in quella situazione. Invidiava il suo equilibrio mentale e si disse che se non fosse stato per l’affrettarsi degli eventi sarebbe sicuramente riuscito a combattere l’astinenza senza il minimo cenno.

Convinto dalle sue parole decise di fare l’unica cosa veramente saggia. Rischiare la vita per una siringa che si sarebbe potuta rivelare utilissima era pur sempre meglio che niente, Caricato il braccio che teneva la cocaina, scagliò la scatoletta il più lontano possibile nel fiume, lasciandola a intossicare i pesci.

«Bel tiro» sentenziò un Holmes più rilassato, ma non meno pallido e smunto. Aveva ancora molto da combattere prima del recupero, ma sicuramente meno di chiunque altro.

«Adesso stacchiamo questa tinozza dal molo e cerchiamo di abbandonare questa terra selvaggia» concluse Watson ironico, infilando l’astuccio in tasca.

Ci volle poco ad accendere tutte le lanterne e staccare la barca dal molo, anche perché si era fatto buio e molte figure si stavano muovendo attirate dalla loro presenza.

Afferrati i pali e mollati gli ormeggi spinsero a forza la barca fuori dalla darsena, gettandola in seno alla corrente del Tamigi. Holmes era tornato sotto coperta per dare il cambio a Moran, il quale era riuscito a far salire la temperatura della caldaia.

L’investigatore si complimentò con lui, chiedendogli se si sentiva in grado di pilotare il natante assieme a Watson. Il colonnello non trovò nulla da ridire a quella richiesta, raggiungendo il dottore in cabina.

Il fuoco era ormai vivo ed erano guidati verso la foce dalle correnti, potevano tutti rilassarsi per un momento mentre iniziava una nuova parte del viaggio.

Moriarty sedeva vicino alla strumentazione del motore, tenendo sotto controllo i valori con sguardi veloci mentre annotava qualcosa sul suo diario rosso.

Alzò gli occhi quando percepì la presenza di Holmes, il quale aveva buttato una palata di carbone nella caldaia, sistemandolo poi con un lungo ferro annerito.

«La barca si muove, siamo in balia della corrente ora?» chiese con leggerezza socchiudendo il quaderno.

«E dei nostri validi compagni» rispose Holmes, sedendosi esausto di fianco alla caldaia. Il fuoco era alto e andava lentamente spostato, la pressione saliva costante, ma era ancora troppo bassa e non voleva forzare il sistema. Sarebbe bastata un eccesso di fretta a far dilatare in modo errato la caldaia, con il rischio di rotture o esplosioni.

«Mi dica Holmes, una volta arrivati in Francia avrà intenzione di consegnarmi alle autorità?» chiese il professore con un tono a metà fra il serio e l’ironico.

Holmes soppesò la risposta per un minuto buono, voltando poi lo sguardo verso il suo nemico.

Quasi fiammeggiava dagli occhi, pur cercando di rimanere impassibile e controllato.

«Siete un criminale, professore. Vi siete macchiato le mani di crimini inauditi che, devo essere sincero, fatico a collegare a voi o al vostro sicario. La pennellata nel vostro quadro criminale è a dir poco precisa, ammirabile persino, ma un tale livello di meticolosità richiede una eccessiva quantità di attenzione che presto o tardi vi sarà fatale».

Alzatosi in piedi prese una seconda palata di carbone e la gettò nelle fiamme, procedendo di nuovo a spargere il carbone per distribuire il calore. Tornò per un momento con lo sguardo su Moriarty, il quale quasi lusingato aveva atteso in questa sua pausa.

«Questa è solo una tregua forzata da eventi più grandi di noi, la logica mi impone di collaborare con voi nonostante la morale e l’etica spingono per gettarla in pasto alle creature. Potete sbarcare sul continente e sparire in Europa, ma posso assicurarvi che passerò ogni singolo giorno a darvi la caccia».

Si fissarono per minuti che parvero durare ore, ma poi Moriarty ruppe il silenzio ritirando il taccuino e sistemandosi meglio sulla sedia.

«Trovo lusinghiera questa sua attenzione e preoccupazione nei miei confronti. L’Europa costituirà un nuovo campo di battaglia, una scacchiera se vogliamo, sulla quale la affronterò a un nuovo livello».

Tacque per un momento, lasciando che il silenzio e il modo placido della barca cullassero l’atmosfera sempre più tesa.

«La distruggerò, Holmes, lei e chi le sta attorno, ma non prima di averla spinta al limite per capire fin dove può arrivare. Sarà un terreno immensamente più vasto della nostra defunta Inghilterra, una sfida memorabile».

Pareva quasi divertito da quella alternativa, trovava eccitante l’idea di confrontarsi con lui su un terreno quasi inesplorato e tanto vasto.

«Sempre che non si verifichi la possibilità estrema a cui entrambi abbiamo pensato».

Moriarty aggrottò le sopracciglia con sorpresa. Si aspettava un’uscita ben diversa da quella, ma la sorpresa dopotutto faceva parte del gioco, avere a che fare con Holmes significava anche quello.

«Non la seguo Holmes, quale possibilità estrema?» chiese fintamente stupito.

«LA possibilità, professore. Sono sicuro che ci ha pensato, ha persino calcolato le probabilità che possa accadere e sono certo continuerà a farlo mano a mano che scenderemo lungo il fiume, constatando lo stato del resto del regno».

Il professore sospirò con rassegnazione, a quanto pareva menti simili a quei livelli avevano punti e ragionamenti in comune.

«Lo ammetto, ci ho pensato. Ho calcolato è vero, sebbene le variabili in gioco siano centinaia, se non migliaia. Mi inquieta sapere che là fuori ci sono morti con capacità cognitive al nostro livello o forse superiori e mi angoscia pensare che uno di loro si possa essere infiltrato su una nave per il continente».

Era esattamente il pensiero costruito da Holmes nel momento stesso in cui aveva realizzato che esistevano più forme di quel fungo.

Non faticava a crederlo possibile, Mycroft e i suoi avevano giocato con un organismo dalle capacità inquietanti che si era adattato per nutrirsi e diffondersi in modo controllato nel regno animale, portarlo al livello dell’uomo e dio solo sa quali conseguenze ha avuto su di esso.

Al pensiero del fratello, quasi sicuramente morto a meno che non avesse qualche altro strano asso della manica da giocare, Holmes si rinchiuse in un forzato mutismo e si dedicò esclusivamente a spalare il carbone, gettando ogni tanto un’occhiata verso l’alto. Si chiese come Watson avrebbe preso la futura separazione dai loro improvvisati compagni: aveva notato come avesse legato con il colonnello Moran, come insieme costituissero una perfetta squadra d’assalto. Forse, se il militare non fosse stato così legato a Moriarty… scosse la testa e riprese a spalare, stringendo i denti mentre la cocaina gli ricordava la propria assenza dalle sue vene.

 

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