Assedio – 8

La vista della cittadina portuale di Dover fu accolta come la manna dal cielo, una sorta di terra promessa in cui nessuno di loro credeva più. «Incredibile a dirsi, ma apparentemente Dover resiste ancora» esclamò Watson, osservando da lontano attraverso un vecchio cannocchiale trovato tra le cianfrusaglie di un’abitazione. «Pare che ci siano navi in partenza».

«Eccellente». Holmes gli strappò il cannocchiale di mano, guardandoci attraverso a sua volta. «Posso affermare che si tratta di una nave di sopravvissuti. Non siamo stati gli unici ad avere questa idea, forse è un bene».

«O un male» sussurrò Moriarty con tono funebre. «Pregate che i ratti non trasportino il morbo, altrimenti ci ritroveremo ben presto infettati senza poter fare nulla per difenderci, chiusi in una tinozza galleggiante».

L’investigatore strinse le labbra, voltandosi di scatto. «Ha idee migliori? Misteriosi piani di cui io non sono a conoscenza? O forse, nella sua brillante e tentacolare organizzazione è capace di farci avere una nave di lusso, invece di farci affrontare il Mare del Nord su una barchetta a vela? O una zattera?»

«Non sia maleducato, Holmes» gli ringhiò addosso l’altro. «Se avessi avuto la possibilità di farlo in precedenza, sarei già salpato su una nave prima ancora di darle la possibilità formulare il pensiero».

Sherlock Holmes non rispose nulla, ma si limitò a reprimere la rabbia, senza ombra di dubbio frutto della stanchezza, del freddo, della fame patita in tutto quel viaggio e l’incontro con un maledetto cannibale che per fortuna non era ancora stato in grado di acciuffarli, ma che sapeva benissimo dove fossero diretti. Annuì seccamente e si incamminò verso il cavallo, non lasciando altra scelta agli altri che di seguirlo.

Qualche ora più tardi, percorsero la strada principale che portava a Dover, trovandola sbarrata. L’intera cittadina pareva essere stata rinchiusa da un alto muraglione fatto di legna e pietre, presidiato da rudimentali torrette e camminamenti.

«Incredibile» esclamò Watson, impressionato da tale capacità difensiva. «Hanno realizzato una specie di forte per difendersi dagli assalti degli infetti».

Difatti, ai piedi della recinzione, cumuli putrescenti di cadaveri erano ammucchiati, definitivamente morti. Più si avvicinavano e più erano in grado di vedere squadre di uomini che uscivano dai cancelli che recuperavano i cadaveri, li trasportavano lontano e davano loro fuoco per eliminare il rischio di infezione.

«Non c’è niente di meglio di un incendio per eliminare una malattia» mormorò Holmes, a quella vista.

«Altolà!» esclamò una voce dall’alto del fortino. «Fermi o sparo».

Holmes fermò il cavallo e lasciò andare le redini, sollevò le mani e indossò la faccia più neutra che era in grado di produrre. «Non siamo infetti, signore. Abbiamo con noi un medico e cerchiamo rifugio».

«Non posso sapere se dite il vero» obiettò l’altro, da dietro il suo Winchester. Holmes calcolò che da quella distanza sarebbe riuscito comunque a centrargli la testa. «Scendete da cavallo e spogliatevi. Tutti quanti» aggiunse sibilando, spostando lo sguardo su Irene.

«Siamo inseguiti, ragazzo» lo interruppe l’investigatore, senza specificare chi o cosa li stesse inseguendo. Per quanto ne sapeva quel tizio, c’era un’orda di non morti pronti a caricarli e sperò che nessuno degli altri lo interrompesse, spaventando il fuciliere. «Ci spoglieremo una volta dentro. Non vuoi rischiare di avere troppi problemi, vero?»

«Siamo davvero sani, posso giurare» disse Watson e il dubbio si insinuò negli occhi del loro interlocutore. Il dibattito morale durò poco, finanche lo sentirono abbaiare l’ordine di aprire i cancelli.

Una volta in salvo e con le pesanti porte di legno richiuse alle loro spalle, il gruppo si ritrovò ben presto circondato dalle armi da fuoco delle guardie di Dover. In segno di buone intenzioni, Moran abbassò il fucile a terra e fu il primo a farsi perquisire, dimostrando in breve che non erano infetti o segretamente morsi. Irene si sottopose al trattamento con una smorfia, ma i suoi compagni ebbero il buon gusto di voltarsi quando le chiesero di sollevarsi le gonne. Quando, finalmente, furono lasciati liberi di andare in città, i porti furono la prima scelta logica.

Una volta sulle banchine, poterono vedere con i loro occhi cinque enormi navi pronte a salpare. Sulla terraferma c’erano centinaia di disperati come loro che elemosinavano un passaggio su quei mostri d’acciaio, ma la maggior parte di essi non era in grado di pagarsi il biglietto per la salvezza. Per un solo attimo Holmes avvertì un senso di disperazione: salire su quelle navi era un’impresa non da poco, ma poi si ricordò del loro asso nella manica. «Professor Moriarty, mi dica che sa come salire lassù».

«Lo so eccome» rispose l’altro, mentre un sorriso storto, quasi malato, si faceva strada sul suo volto. Fece un cenno a Moran e il colonnello scattò immediatamente, sparendo tra la folla. «Dategli un attimo».

Watson guardò allarmato in direzione di Holmes e sul viso della stessa Irene Adler aleggiava un’espressione profondamente preoccupata. Quando Moriarty avrebbe avuto il tempo di prendere accordi per una simile evenienza quando aveva più volte sostenuto di non aver previsto una simile catastrofe? Ma Moriarty era un bugiardo, un criminale della peggior specie e Holmes avvertiva che c’era qualcosa che gli sfuggiva in tutto il quadro della situazione, ma non sapeva cosa. E di sicuro sentiva ancora l’incombente presenza osservatrice alle loro spalle, che poteva benissimo essere Crane, ma era passato troppo poco tempo, il cannibale non poteva certo averli già raggiunti a piedi. Inoltre, ripensando alla loro fuga, si disse che non aveva osservato bene: era stato fin troppo semplice sfuggire da quella casa.

Non poté far altro che guardarsi attorno e osservare come in mezzo a quella folla potesse celarsi qualunque cosa. Avevano dovuto spingere ed evitare una marea incontrollata di persone per arrivare al porto, un infetto dal morbo avrebbe potuto benissimo infiltrarsi nella città in una miriade di modi, sempre che non fosse già successo.

«Holmes», sussurrò Watson al suo amico prendendolo momentaneamente in disparte, coperto dal vociare di tutti i derelitti li attorno. «Questo posto è un calderone ribollente di malattia e disperazione, non so quanto potrà reggere, mi duole dirlo ma dobbiamo andarcene e al più presto».

Il detective annuì gravemente guardandosi attorno. «Dottore temo abbia ragione, ma non possiamo far altro che sperare in Moriarty, il che mi rende piuttosto nervoso. Ma salire di straforo su una di quelle navi potrebbe scatenare un putiferio».

«Se non peggio, qui sembrano tutti sul punto di esplodere. Non mi fido del professore, ma se devo essere sincero potrei farlo del colonnello. Certo è un assassino, un mercenario, ma non è subdolo».

«Non avrei mai pensato di sentirle dire parole del genere» mormorò Irene, scrutando anch’ella in mezzo alla folla. «Ma devo ammettere che il colonnello è, a suo modo, un uomo d’onore. Sono molto stupita di come ha gestito la situazione, per quanto abbia potuto osservare».

Tutti annuirono e si avvicinarono nuovamente a Moriarty, che attendeva il ritorno del suo attendente, ritto sul marciapiede e appoggiato a un bastone preso chissà dove. Dopo qualche minuto, videro Moran tornare e scambiare brevemente alcune parole, poi entrambi fecero cenno agli altri di seguirli.

«Saliremo su quella nave adesso. Per fortuna ho ancora certe conoscenze in vita» disse il professore, mentre si facevano strada tra la gente inferocita. Giunsero di fronte a un cordone di guardie che immediatamente si aprirono giusto il tempo per farli passare sulla banchina. La furia della folla alle loro spalle non si fece attendere, così si misero a correre per salire sulla nave.

Watson si voltò a guardare Holmes, accigliato e perso nei propri pensieri mentre salivano a bordo. Si chiese se anche lui aveva seguito il suo corso di pensieri: troppo facile arrivare fino a lì, troppo semplice avere accesso a una nave di soccorso gestita da privati e che probabilmente costava chissà quanto, troppo compiaciuto lo sguardo di Moriarty. Se quella era una trappola, ci stavano finendo dentro fino al collo.

«Ci vorranno meno di sei ore per raggiungere Calais» stava nel frattempo esponendo Moriarty. «Tra meno di un’ora saremo in partenza».

«Vorrei davvero sapere come ha fatto» mormorò Holmes, socchiudendo gli occhi.

La risata di Moriarty era secca, quasi velenosa. «Si fidi, Holmes. Non vuole davvero saperlo».

Il disagio di quella situazione era evidente e per via della fatica era difficile nasconderlo, ma Holmes dovette accettare la situazione e il compromesso pur di avere un’occasione per consegnare Moriarty alle autorità.

Non avrebbe avuto difficoltà a consegnarlo a una qualunque forza di polizia europea, la sua ragnatela di criminalità si estendeva in ogni dove, ma solo lui poteva farcela e doveva pensare ai suoi amici, John e Irene.

A bordo della nave vi era comunque un sacco di gente, ma nulla di paragonabile alla calca per le strade o sulla banchina. Tutti sembravano più tranquilli e sicuri, nonostante le facce sconvolte e il terrore generale.

«Devo conferire con il capitano, se volete scusarmi credo che da adesso ci si possa separare per un po’», sentenziò il professore avviandosi verso la plancia.

Holmes lo afferrò per un braccio voltandolo bruscamente. «Non creda che mi sia dimenticato di noi, professore. Questo sarà il suo ultimo viaggio, Calais la sua meta. Non ha scampo, che ne vada della mia vita la consegnerò alle autorità».

Moriarty si staccò dalla presa con un gesto sdegnato, rivolgendo un sorriso di sfida al detective.

«La considero una sfida, Holmes. Vedremo quale vita l’avrà vinta».

Se ne andò scansando le persone come se fossero infette, sparendo dalla vista in breve tempo.

«Vuole farlo veramente?» chiese Moran piatto.

«Lei vuole fermarmi?» rispose Holmes senza distogliere lo sguardo da dove si trovava il professore.

«Io sono leale a chi può permettersi di ingaggiarmi e il professore ha grandi disponibilità, ma conoscendola in questa situazione d’emergenza avrei timore a trovarmi contro di lei. Nonostante questo non sono uno psicopatico, faccio il mio lavoro per soldi e perché posso, non voglio essere costretto a doverla inserire fra i miei bersagli».

Il detective voltò appena la testa in modo da inquadrarlo con un occhio, tornando poi a fissare avanti a se «Nemmeno io voglio averla come nemico in questa situazione, ciononostante so che lei è autore di molti dei delitti attribuiti alle azioni del professore, anche se la sua pulizia e capacità mi hanno sempre impedito di provarlo. Se Moriarty sarà consegnato alla giustizia lei dovrà seguirlo, volente o nolente. Ha sei ore per rivedere le sue priorità, magari una confessione potrebbe contribuire a uno sconto sulla condanna o una revisione nei suoi confronti. Ora se volete scusarmi avrei bisogno di pensare».

Senza voltarsi si avviò in direzione della prua, lasciandoli senza la possibilità di rispondere.

Irene si mosse per seguirlo, ma Watson la bloccò con un gesto del braccio «Credo sia meglio se per ora andiamo a cercare un posto tranquillo, ci ritroverà lui. Colonnello si unisce a noi? Nonostante la situazione credo che anche lei abbia bisogno di risposo».

Moran strinse la cinghia che reggeva il fucile a spalla sino a farsi sbiancare le nocche, cercando di non pensare alle parole di Holmes. Era certo che non sarebbe andata a finire bene, in un modo o nell’altro. Non c’erano mezzi termini dietro le parole di quell’uomo, nessuna vuota minaccia. Apocalisse o meno aveva lasciato in pasto il fratello ai morti viventi per giustizia, non avrebbe certo scontato nulla a loro.

 

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