Assedio – 9

La nave prese a viaggiare molto prima del previsto, cogliendo di sorpresa i tre che avevano trovato tranquillità nelle cucine deserte della sala ristorante sul ponte, unico posto veramente tranquillo e senza folla dove potersi sedere e riposare.

La follia di quella catastrofe aveva privato la nave di molto del suo personale, lasciando le cucine deserte e prive di controllo.

Cullati dal docile rollio avevano recuperato delle sedie e si erano messi comodi cercando di pensare positivamente al termine di quella situazione.

«In un modo o nell’altro ce l’abbiamo fatta» esordì Watson cercando di risollevare la conversazione. «Immagino che la Francia non possa essere peggio di questo sfacelo» concluse cercando di alleggerire la tensione.

«Cambierà idea quando avrà annusato l’aria di Parigi, dottore» sbuffò Irene vagamente divertita. Si attaccò poi a una bottiglia d’acqua in modo poco decoroso.

«O il suo cibo» controbatté Moran, quindi addentando del pane trovato nella cambusa.

Watson si lasciò sfuggire una mezza risata sollevata. «Almeno non avremo più morti viventi, già è qualcosa»

«Aspetti di vedere gli avventori che escono carichi di assenzio dalle bettole nei quartieri poveri, si ricrederà presto» rispose Irene nuovamente.

La conversazione proseguì su quei termini per diverso tempo, finché Moran curioso non approfittò di una pausa per fare una domanda a Irene.

«Signorina Adler da quello che ho visto mi pare che anche lei abbia avuto a che fare con mister Holmes» domandò rivolgendole uno sguardo sottile.

Watson poté quasi essere certo di aver visto sul suo volto un’ombra di felicità, sepolta però sotto la fatica e lo stress degli ultimi giorni passati a fuggire.

«Se le raccontassi io questa storia non sarei di parte. Dottore vuole fare gli onori?» concluse lanciandogli uno sguardo divertito.

Watson dal canto suo era ben conscio del perché lo fosse, ma dopo tutto quello che avevano passato non avrebbe avuto senso metterne Moran al corrente, in fondo era solo un aneddoto.

«Diciamo che si tratta di un caso che Holmes e io abbiamo districato per conto di un principe».

Moran fu sorpreso da quella affermazione, ancora di più quando Watson passò velocemente in rassegna la maggior parte dei dettagli del caso, di come avevano aiutato il principe ereditario di Boemia a evitare uno scandalo, dell’avventura di Holmes nel seguire Irene e di come lei era riuscita infine a farla in barba all’investigatore superandolo in astuzia.

«A dir poco incredibile» sentenziò il colonnello al termine del racconto squadrando da capo a piedi Irene. «Lei è riuscita in tutto questo?» chiese tornando con lo sguardo sul dottore. «I miei rispetti, darei un braccio per avere la possibilità di corteggiare una donna del suo carattere» concluse chinando leggermente il capo.

«Magari non è necessario il braccio» disse lei con uno sguardo indecifrabile, alzandosi e andando verso la porta. «Spero ci sia una un posto dove rinfrescarmi su questo relitto, non fuggite da qui» concluse lasciando Watson e Moran impalati a fissarsi come due allocchi.

Solo quando furono prossimi allo sbarco di Calais sbucarono dalla cucina per dirigersi verso il ponte principale. Capannelli di gente si assiepavano sulle ringhiere e sui punti più alti, parlando sommessamente e indicando terra.

Nessuno dei tre ci fece troppo caso, osservando però uno strano e scarso entusiasmo per la vista della salvezza. Si fermarono in uno spazio vuoto a pochi metri da uno dei punti di scalo, cercando di sollevarsi per poter osservare meglio a terra. Moriarty riapparse li vicino come una figura mistica. Era pallido, sudato ed evidentemente a disagio. Holmes ne approfittò per materializzarsi alle sue spalle dalla folla asserragliata e incatenarlo alla balaustra con un paio di manette improvvisate, ricevendo un’occhiata rabbiosa e sorpresa.

«Non pensava che l’avrei fatto davvero?»

«Se ne pentirà amaramente, Holmes» ringhiò l’altro.

«Ce ne pentiremo tutti» sospirò Watson dalle loro spalle, scendendo da un boccaporto sporgente. «Calais è un deserto, nessuno al porto e la città è in fiamme. Ci stiamo dirigendo a un molo libero, ma procediamo lentamente. Temo il peggio»

«Il peggio?» fece eco Moran ignorando per un momento il fatto che il suo datore di lavoro fosse stato ammanettato.

«Il peggio del peggio» ripeté Watson cupo. «Apparentemente Calais è caduta molto prima che arrivassimo, il morbo è già in Europa».

Anche Irene riapparve e si sporse con loro dalla ringhiera. Davanti a loro si ergeva lo spettacolo di una città distrutta, la sconfitta totale dell’umanità di fronte al Purpurea Micelis. Holmes strinse i pugni lungo il corpo, chiaramente con la mente già all’opera. «Mi sembra evidente che le navi precedenti alla nostra non abbiano fatto molto caso a ciò che trasportavano».

«Guardate!» Watson si sporse e indicò il molo. Nel mentre, la nave aveva attraccato e i portelloni erano stati spalancati. Sul cemento della banchina furono vomitati fuori centinaia di essi umani, ma dall’ultimo era evidente che quello che ne uscì non poteva più essere definito in tal senso. I morti risorgevano dal fondo del natante, azzannando ogni essere vivente sulla loro strada. Era stata solo una questione di fortuna se non erano arrivati dove erano loro. «Tutto è perduto».

«No, non tutto». La voce ansimante del professore, seguito da un clic distintivo, fece storcere la bocca dei presenti. L’uomo dondolò le manette in un dito, mostrandole agli sguardi attoniti degli altri. «L’ho sempre detto, Holmes, che non è degno nemmeno di lucidarmi le scarpe».

Holmes fece un passo avanti, ma qualcosa in Moriarty gli fece fare un passo indietro. «Lei è infetto».

«Mi dica qualcosa che non so» soffiò l’altro, in un sorriso che era sia sofferente che serafico.

«Professor Moriarty, perché non confessa al mio caro fratello chi l’ha morsa sulla nave?» la voce distorta di Mycroft Holmes sorprese tutti, scatenando emozioni contrastanti. Sherlock si voltò di scatto, trovandosi di fronte a suo fratello. Divorato dal Purpurea Micelis. Era divenuto uno zombie, chiaramente molto al di sopra della media.

«Mycroft, che piacere vederti» sibilò l’investigatore, stringendo il coltello in una mano. «Presumo che quando ti abbiamo lasciato nella metropolitana, tu sia diventato pasto per i tuoi infetti».

Il maggiore degli Holmes fece spallucce, gesto quasi comico visto che metà del suo volto era scarnificato e il corpo presentava evidenti segni di decomposizione. «Presumi bene. Ma ho avuto la fortuna di risvegliarmi e il morbo mi ha reso migliore».

«Eri tu allora che ci seguivi durante il nostro viaggio».

«Touché». Mycroft snudò i denti e annusò l’aria. «Non è stato semplice all’inizio, recuperare il terreno perduto. Ma seguirvi lungo il fiume è stata una passeggiata. Senza il bisogno di mangiare e di dormire, potevo correre come mai ho fatto nella mia intera vita».

Sherlock fece un sorrisetto velenoso. «Incredibile. Ci voleva la morte per curare la tua pigrizia cronica».

«Già, ma credo che niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza il professor Moriarty. Senza la sua rete di criminali, portare il morbo anche nelle regioni più a nord di Londra non sarebbe stato lo stesso».

All’improvviso, tutti si voltarono verso il professore moribondo, che rispose solo un sorriso diabolico sul volto.

«Dio vi maledica tutti» sibilò il colonnello, evidentemente all’oscuro dei fatti, rivolto a Mycroft.

L’altro ringhiò e Sherlock fece due passi indietro. Mentre Watson teneva Moriarty sotto tiro con il fucile, Moran si mise in mezzo tra i due Holmes, colpendo il cranio dello zombie con il calcio del suo Lee-Enfield. Il morto caracollò all’indietro, ma rapidamente si fece di nuovo avanti con un urlo disumano, incontrando però la canna del fucile e un attimo dopo la sua testa esplose in mille frammenti sanguinolenti. Solo a quel punto, il cadavere crollò su se stesso, a terra.

«Mycroft!» esclamò Holmes, ma richiuse la bocca un attimo dopo, ricacciando il trauma e il dolore in un angolo remoto della mente. «Ben fatto, colonnello».

«Grazie». Moran non rimase molto a crogiolarsi nei complimenti, ma immediatamente spianò il fucile verso il suo datore di lavoro. «Credo, James, di non voler essere pagato per tutto questo».

Moriarty rise, sputando sangue a terra. Watson fece un salto indietro, urtando Irene. Entrambi si tennero a distanza di sicurezza sia dal precipizio, che dall’infetto.

«Caro, caro Sebastian» incominciò questi, sorridendo. «Così pronto a portare la morte ai miei nemici, ma non ai nemici del popolo?»

«L’unico nemico che ha il popolo è il governo stesso» rispose Moran, sprezzante. «Mai sarei stato d’accordo nel perpetrare un simile eccidio al mio popolo».

L’altro rise di nuovo. «Visti i tuoi trascorsi. Sebastian, questa retorica non ti sta propriamente a pennello».

«Lei è completamente pazzo» si intromise Holmes, ricollegando i pezzi mancanti del puzzle. «Ha permesso a mio fratello di uccidere l’Inghilterra senza nemmeno farsi delle domande».

A quel punto Moriarty concesse definitivamente la sua attenzione a Holmes. «Vede, Holmes. Non si tratta di moralità. Si tratta di guadagno. Il suo caro fratello era sinceramente convinto che epurare il Regno avrebbe migliorato la situazione, e in effetti le sue intenzioni erano più che nobili, ma io ho visto la possibilità di fare quattrini, in tutto questo».

«E non c’è niente che fa più quattrini di una guerra, vero?» sibilò Sherlock Holmes, tremando quasi per il disgusto. «Scommetto che ci sono molte fabbriche di armi qui in Francia riconducibili a lei, professore. Armi che avrebbe rivenduto a caro prezzo ai governi europei per contrastare la minaccia del morbo, vero?»

«Non c’è niente che mi delizia di più al mondo della sua perspicacia, Holmes». Zoppicando visibilmente, Moriarty fissò a lungo Sherlock Holmes. I suoi occhi iniziavano a divenire vitrei e indicavano chiaramente che il corpo del Professore non avrebbe retto ancora a lungo prima di morire e rinascere in una nuova forma. Holmes si chiese che cosa sarebbe divenuto, il suo nemico. Si trovava di fronte a una persona straordinaria ed era quasi certo che anche da non-morto lo sarebbe stato.

«Un’ultima domanda: Nathan Crane. Era d’accordo anche con lui?»

Moriarty ghignò, il volto distorto da una smorfia malata. «Che domande, Holmes. Sentirà ancora parlare di lui, se questo la rassicura».

«Potrei mettere fine alle sue sofferenze in questo momento» disse l’investigatore, una vena di pietà a solcargli la voce.

«No» rispose Moriarty, aggrappato alla balaustra che dava direttamente sulle scogliere della Francia settentrionale. Il suo corpo tremava, evidentemente in lotta contro i sintomi del Purpurea Micelis. «Sono stato il suo nemico in vita, Holmes. Può star ben certo che sarò la sua peggiore nemesi anche da morto».

Holmes scattò in avanti, ma era troppo tardi. James Moriarty si buttò di sotto senza che nessuno dei presenti potesse fare alcunché per salvarlo. Ma il destino era bizzarro. Forse, non avrebbe salvato loro da James Moriarty.

FINE

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