Ho giocato a Detroit Become Human

Entrata in possesso di Detroit Become Human prima di natale per colpa del Santucci (che me lo ha regalato dopo un lunghissimo, sfiancante e interminabile tritamento di coglioni di parte mia perché mi lagnavo del fatto di non poter giocare a questo titolo per il trascurabile dettaglio di possedere una Xbox e non una playstation), sono riuscita a giocarci sulla ps4 di Hushino solo dopo la festività, portando a termine la prima run in circa due giorni secchi.

Si continua sotto cut con SPOILER e alcune riflessioni.

Una mia illustrazione di Markus

Sapevo già abbastanza di DBH da sapere quale tipologia di approccio avrei tenuto, poiché non mi smentisco mai. Se in Mass Effect sono stata SpaceJesus, in RDR2 sono stata CowboyJesus, in DBH non potevo che essere RoboJesus. Di conseguenza tutte le mie scelte mi hanno portata a un finale perfetto, dove tutti sopravvivono, Markus porta a termine una rivolta pacifista e Hank e Connor si abbracciano dopo i titoli di coda (personalmente è una delle cose che mi è piaciuta di più). Mi è sembrato un po’ di essere alla fine di Mass Effect 2, durante il quale ho bullizzato tutti i miei conoscenti che non sono riusciti ad arrivare alla fine con il 100% dei compagni in vita.

La cosa di cui però voglio parlare in questo post è principalmente la deriva filosofica a cui mi ha portata questo gioco, perché ADORO questo genere di cose. DBH prende palesemente spunto da tutto un filone di fantascienza asimoviana da cui ha attinto a piene mani anche Westworld (seppure quest’ultimo si rifaccia anche al film), la serie tv Almost Human (che mi potete dire quello che volete, ma le dinamiche di Hank e Connor sono pressoché identiche a quelle dei due protagonisti di questa serie tv, sia nei ruoli che negli approcci) o film quali “Automata” o “Chappie”.

Di certo non è stato Asimov a creare il filone dei robot senzienti (si hanno notizie di questo genere di narrativa sin dal 1850), ma è grazie a lui e alle sue “tre leggi della robotica” che abbiamo avuto racconti che hanno generato un film immortale come “L’uomo bicentenario”, che già nel 1999 poneva le stesse domande che abbiamo rivisto quest’anno in Detroit Become Human: può una macchina essere considerata vivente? Può una forma non organica essere considerata intelligente?

Una mia illustrazione di Hank e Connor

DBH ci porta a uno scenario fantascientifico abbastanza noto: un mondo dove gli androidi sono commerciabili poiché “non vivi” (nonostante il primo androide creato in questo universo abbia passato il test di Turing e, di conseguenza, sia dotato di intelligenza artificiale e non virtuale), gli umani adagiati sugli allori si vedono portare via tutto il lavoro “pesante” e “pericoloso” proprio dalle macchine che hanno creato. Narrativamente, il fatto che gli androidi rompano lo schema da macchina a essere vivente è davvero scontato, non di meno però porta a una riflessione importante: questa non è altro che fiction. Se nella realtà un computer passasse il test di Turing, ci cagheremmo in mano. Per macchina intelligente si intende una in grado di pensare, ossia capace di concatenare idee e di esprimerle. Inutile dire che il nostro livello tecnologico attuale non ci ha ancora permesso di creare una macchina in grado di passare questo test o una delle sue più moderne varianti… ma se dovesse accadere?

Voi, in coscienza, a prescindere dall’aspetto (sono assolutamente certa che un aspetto antropomorfico cambierebbe il giudizio di molte persone), ammettereste di fronte a una macchina intelligente, di riconoscerne lo status di essere vivente?

Se abbiamo un androide, in grado di parlare, esprimersi, pensare e reagire come un essere umano, ciò lo rende vivo (non umano, perché chiaramente parliamo di una nuova specie)?

Una mia illustrazione dei miei personaggi preferiti di DBH: RK900 e Gavin Reed, che appaiono rispettivamente per 5 secondi e 3 minuti.

Cosa renderebbe diverso da noi o inferiore questo androide? La il suo codice e la sua programmazione sono poi forse così diversi dal nostro DNA e dalla nostra primordiale missione di riprodurci a tutti i costi? Seppure costruiti di materiale inorganico, le sue componenti interne non sono forse come i nostri organi?

Il suo computer centrale non è forse identico al nostro cervello?

L’unica differenza reale che c’è fra noi e un futuro androide in grado di passare il test di Turing è una: lui con il suo cervello può compiere migliaia di azioni in pochissimo tempo. Noi, per pigrizia, è già tanto se riusciamo ad alzarci dal letto la mattina.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...