Non accontentarsi

Articolo pubblicato originariamente sul mio Patreon.

 

Recentemente mi è capitato di leggere e recensire negativamente Tight End di Devon McCormack, un libro mediocre il cui unico pregio è stato il rimborso su Amazon.

Apriti cielo. Si è innescata una lunghissima discussione su più livelli e con più persone contemporaneamente che mi ha dato però molto materiale su cui riflettere.

Una piccola premessa: storicamente vengo da una cultura dove la fanfiction è sempre stata considerata la palestra, l’anticamera della scrittura “vera”. Parlo di Livejournal, dagli anni 2000 in poi, un mondo dove se una fanfiction non era scritta più che bene si rischiava di finire sulle pagine di Fastidious Notes (che era in sostanza un suicidio mediatico). Non credo servi nominare Scrittevolmente.

L’uso della recensione era spesso quello di critica: il lettore la usava per indicare allo scrittore quali fossero i punti deboli della storia, dove potesse migliorare e cosa doveva evitare. Essere su Livejournal o fanfic_ita ai miei tempi non era roba per stomaci delicati.

Questa è sempre stata la mia idea di recensione, che poi può essere o non essere venata da toni personali perché per quanto imparziali si possa essere, è impossibile essere del tutto oggettivi.

Negli anni successivi, complice la tecnologia sempre più veloce e la tendenza alla scrittura di testi molto brevi a causa dello scarso span di attenzione del lettore, si è sviluppato un mondo di fanfiction sempre più malcurate e piene di errori (questo anche nel mondo dei fumetti e dei webcomics, ma è una storia per un’altra volta). La mancanza di recensioni critiche era una grossa fetta del problema, perché il lettore iniziava ad accontentarsi delle merdate degli autori.

Ma non era un problema. Dopotutto le fanfiction non sono mica libri veri.

O no?

Molte delle autrici di libri che conosco erano fyccinare con me ai miei tempi. Quelle storie che all’occhio del “vero lettore” non sono che spazzatura, sono state la forgia di quei libri che tanto amate leggere ora.

Perché insomma: se ci spaccavano il culo per qualcosa che leggevano gratis, figurarsi per qualcosa che dovevano pagare.

Il mondo della narrativa M/M soffre di quello che continuo a sostenere essere un cancro da anni, ovvero l’uso smodato e incontrollato dello strumento KDP di Amazon. Orde di scrittrici e scrittori che riversano a pagamento le loro storie, con risultati più o meno opinabili. Non stiamo poi a parlare delle questioni editoriali o altrimenti non ne usciamo più.

La mancanza di una “palestra” come quella che io e la mia compagine abbiamo ricevuto, quella della critica, ha dato vita a una generazione di nuovi autori convinti che la propria storiella M/M con l’intreccio di una patata, personaggi di cartongesso, POV ripetuti e ballerini potesse essere data in pasto al pubblico pagante. Autori che scrivono una novelletta al mese e la buttano su Amazon senza nemmeno una beta dietro, storie che sono la copiacarbone l’una dell’altra che dà al tutto il sapore di minestra riscaldata dopo averla tenuta una settimana in frigo.

Che è un po’ l’annoso dilemma del self, dove vige la democrazia più assoluta: chiunque abbia i mezzi di pubblicare, può farlo. Ed è giustissimo così.

Nel mondo degli M/M però mi sono imbattuta in recensori dove non si critica, non si è aggressivi, non si mette meno di tre stelline, non si bla bla bla bla bla. Non si osa. Non si fa valere la propria opinione. Non si dice all’autore “amico, questa roba fa schifo per i seguenti motivi X e Y”.

Se un autore ha tante recensioni positive allora quel libro sarà bello per forza. Se quell’autore è straniero, non gli importerà della mia opinione. È un autore self, non è giusto recensirlo negativamente perché poverino.

Io trovo questa politica aberrante e anche abbastanza in malafede. Le recensioni a 5 stelle dei blogger che hanno ricevuto il libro in regalo sono abbastanza facili da spottare e da evitare. Il resto dei lettori, con la scusa di “ho Kindle Unlimited, quindi non lo pago” si accontentano.

E io non ci sto ad accontentarmi.

Siamo quello che leggiamo e se mi accontento di quello che leggo senza trovargli difetti o il coraggio di dire “no questa roba non vale il mio tempo” con la scusa che gli M/M sono pochi, allora non sviluppo il mio senso critico.

Mi farò andare bene storie poco verosimili perché “tanto è fantasy”. Mi farò andare bene storie dove due uomini si inculano con la carta vetrata con la scusa del “ma tanto l’autore è un maschio gay, di sicuro sa di cosa parla”. Mi farò andare bene storie scritte frettolosamente e senza un reale intreccio narrativo perché gli M/M sono letti per la maggior parte per le scene di sesso, quindi devo avere sempre uomini che pensano con il cazzo altrimenti non mi posso sgrillettare.

Io trovo tutto questo aberrante e anche lo spettro di una maggioranza di lettori in cui l’analfabetismo funzionale ed emotivo si sta allargando a vista d’occhio.

Stiamo sdoganando storie brutte e mediocri, comportamenti sbagliati (l’abuso romanticizzato è l’AIDS della narrativa romance F/M ed M/M) e ce li facciamo andare bene perché non siamo in grado di comprendere un testo. O se lo facciamo, non lo critichiamo “perché tanto chissene”.

No.

No e poi no.

Se un testo è mediocre, bisogna dirlo affinché l’autore possa apprendere dai suoi errori e ritentare con maggiore cognizione di causa. Non coccolarlo perché “poverino”.

Nelle immortali parole di Gianfranco Funari: se uno è stronzo non puoi dirgli che è uno stupidino, gli devi dire che è stronzo altrimenti si fa delle illusioni.

In conclusione: tatto e delicatezza nelle recensioni non servono a niente. L’onestà intellettuale invece sì.

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