I will punish for ammo

Il natale è arrivato ed è il primo che passo senza mio padre. Per l’occasione, visto il clima casalingo, ho rispolverato questo brevissimo racconto che scrissi per un’antologia di Delos Book di seimila anni fa.

 

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Disordine

È morto un uomo, un uomo molto disordinato.

Quando hanno cercato di metterlo in una bara non sono riusciti a trovare un suo dito.

La sua testa era sotto il letto, le sue braccia erano sparse nella sua camera.

Michael Shan era un uomo disordinato. Quel genere di persona a cui non è possibile affidare niente, poiché si era certi che l’avrebbe perduta. Non era buono neppure per conservare le proprie cose, che puntualmente smarriva.

Le sue sventure iniziarono nell’anno del Signore 1873 a Londra, capitale del glorioso Impero Britannico. Pezzo per pezzo, il signor Shan si perse nei meandri della vita. Questa è la storia di come finì con lo smontarsi un po’ per volta a causa delle disfatte morali.

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Vedo la gente morta

Vedo la gente morta” è un altro vecchio racconto che scrissi per un’antologia a tema “fine del mondo”. Lo ripropongo finalmente qui.

Quando avevano iniziato con quella stupida diceria del terremoto a Roma, avevo liquidato tutta la faccenda con una semplice scrollata di spalle. Figurarsi se era roba vera, sono sempre stato un ragazzo pragmatico, non credo a certe stronzate da fine del mondo o 2012 o programmi alla Mistero. L’11 maggio non ci sarebbe stato nessunissimo terremoto, alla faccia dei moderni Nostradamus.

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Abbiamo sempre vissuto in riva al lago

Abbiamo sempre vissuto in riva al lago è l’ultima fatica letteraria del Sociopatico, ovvero un racconto lungo del quale ho realizzato la copertina.

Non è un mistero che mi piacciano i racconti di Ewan, ma in principal modo questo è il mio preferito perché ha quel tutto ansiogeno che mi piace avere quando leggo dark/horror.

Nord Italia, giorni nostri. Sulla riva di un lago c’è una casa, isolata da tutto e da tutti, il cui bell’aspetto è stato corroso dall’incedere inclemente degli anni.

La famiglia che abita, da generazioni, la casa in riva al lago è sempre stata piuttosto schiva e riservata. Gli abitanti attuali, padre madre e figlio, addirittura non amano abbandonarla per periodi troppo lunghi.

Questo perché la casa in riva al lago nasconde un segreto. Un segreto fatto di scricchiolii nella notte, tonfi provenienti dalla soffitta e porte chiuse a chiave. Un segreto che il più giovane membro della famiglia scopre, suo malgrado, in giovane età e che ben presto diventa troppo grande e impossibile da sopportare.

Abbiamo sempre vissuto in riva al lago è un racconto horror fatto di atmosfere opprimenti, misteriosi rumori notturni e orrori primitivi. Ma è anche la storia di un ragazzo che si affaccia all’improvviso all’età adulta ed è costretto a fare i conti con ciò che questo passaggio comporta.

 

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Infrasound

In una realtà distopica, alcuni appoggiano l’orecchio a terra e ascoltano le vibrazioni.

Tagetes: più comunemente indicato come garofano, è un genere di piante della famiglia delle Asteracee, originarie degli Stati uniti sud-occidentali, del Messico e del Sud America. In Messico è considerato il fiore dei morti.

Astro (nome scientifico Aster L., 1753) è un genere di piante spermatofite dicotiledoni appartenenti alla famiglia delle Asteraceae, dall’aspetto di piccole erbacee annuali o perenni dalla tipica infiorescenza simile alle margherite. Il nome del genere (Aster) deriva dal greco e significa (in senso ampio) “fiore a stella”.

Hyacinthus: genere delle Hyacinthaceae (già incluso nelle Liliaceae), originario del mediterraneo orientale Asia minore e regioni tropicali africane, comprende specie bulbose con numerose varietà dalle ricche infiorescenze coloratissime e profumate, il nome del genere deriva dal personaggio mitologico Giacinto ucciso da Apollo.

Mania: è una divinità molteplice, personificava la Follia. Nella mitologia romana era la dea della morte, era stata presa in prestito dalla mitologia etrusca. Insieme a Mantus governava il mondo dei morti. Spesso viene assimilata alle Erinni: infatti, come loro tormenta gli spiriti colpevoli e non da loro tregua. Pausania ci informa che le era dedicato un santuario in Arcadia, tra Megalopoli e Messene.

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Snow White

Oh that man…

Ho sentito tante storie su come il principe salva la principessa. È ora di cambiare il finale.

La chiamavano “Snow White” ed era la droga dello sballo. Simile alla cocaina, si assumeva strofinandosela sotto la lingua o mischiata nel cibo che, a quanto si diceva, era in grado di amplificare l’effetto caleidoscopico che procurava.
Rose non voleva prenderla. Davvero, non voleva. Il post white, o come diavolo lo chiamavano, era la parte peggiore e si chiedeva se valeva davvero la pena di soffrire come un cane per le dodici ore successive allo smaltimento.

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Lizzie

Quaranta colpi di ascia prima di andare a dormire.

Lizzie Borden took an axe,
Hit her father forty whacks.
When she saw what she had done,
She hit her mother forty-one

Pesa. Le mie fragili dita si chiudono intorno al manico di legno usurato, ma vengo sbilanciata in avanti dal pesante pezzo di metallo tagliente che lo rende un’arma crudele. Così come i vecchi spaccavano la legna nei boschi con questo strumento, io farò lo stesso con le loro ossa marce. Devo farcela, anche se quest’ascia pesa così tanto da farmi male ai muscoli delle braccia.
Dal capanno del cortile attraverso aiuole in cui i fiori si sono seccati sotto la forza del sole di agosto. Un’estate insolitamente bollente per essere in Inghilterra, dicono giù in paese, ma per me non fa differenza. Ho sempre freddo. Scricchiolano i resti vegetali sotto le mie suole di scarpe di vernice vecchia e crepata, ereditate da una sorella più grande scomparsa nel nulla diversi anni fa.
La porta di legno graffiato si staglia contro la veranda. Le vecchie assi gemono dolorosamente sotto il peso dei miei passi. Dentro casa mi domando ancora una volta se ciò che sto per fare è giusto, ma non è più tempo per i ripensamenti, non ci sono più attimi preziosi del presente sprecati per ricordare un orrido passato.
Devo ucciderli.
Devo ucciderli perché non c’è giustificazione, non c’è scusante alla loro esistenza scialba e piatta. Nei miei sogni, di notte, vivo una vita diversa, una vita dove sono felice e i miei genitori non solo mi amano, ma risplendono di vitalità. Invece quando mi sveglio mi ritrovo nella realtà della mia esistenza, dove mio padre vegeta su una poltrona urlando a chiunque gli si pari davanti e mia madre lo asseconda con reverenza e crudele odio nei miei confronti.
«Lizzie, Lizzie. Per colpa tua non ho più un lavoro. Avrei dovuto cavarti fuori dal mio grembo con una gruccia» soleva dirvi quando era particolarmente di buon’umore.
Entro nel salotto, so che lo troverò lì, addormentato sulla poltrona e il giradischi impolverato fermo da ormai chissà quanto. Per terra bottiglie di vino costellano il pavimento e devo evitarle, una a una, come un percorso a ostacoli.
Quando gli giungo di fronte vedo solo una cosa, un ricordo terribile di azioni compiute per suo volere, con mamma che osservava disgustata e compiaciuta.
Strizzo gli occhi per scacciarlo e le dita si flettono intorno al manico dell’ascia. Non si accorgerà di niente, talmente è ubriaco. Sollevo l’arma sopra la testa, le braccia tremano e dolgono, ma non esitano. Con tutta la mia forza calo il colpo. Il cranio si spacca a metà e succede qualcosa che non avrei mai immaginato: l’ascia si incastra. Papà emette un gemito flebile, la vita lo sta abbandonando per sempre. Puntello il piede sulla poltrona e tiro l’ascia con tutte le mie forze e, quando finalmente la libero, carico di nuovo. Due, tre, quattro… trentanove, QUARANTA.
Quando decido di smettere faccio un passo indietro e osservo la mia opera. Di mio padre non è rimasto niente, al suo posto c’è solo un’ondata di sangue che ha ricoperto i muri sino al soffitto.
Mi asciugo la fronte, soddisfatta, finché non sento il cigolare della porta sul retro, in cucina. Mamma è tornata.
Per lei quaranta colpi non sono abbastanza, gliene do quarantuno. Alla fine neppure di lei è rimasto molto, ma va bene così, non che mi aspettassi di meglio. Non sono nemmeno rimasta a guardare i loro sguardi stupiti, perché non me ne hanno dato il tempo. Io non gliene ho dato.
Sorrido e lascio cadere l’ascia sul pavimento nel corridoio e mi tolgo il vestito lercio di sangue. Mi lavo nella bacinella d’acqua in camera mia, rimuovo ogni segno. Indosso un abito nuovo. Sono di nuovo perfetta, sono una nuova Lizzie, ma il rumore di un’auto mi fa spaventare. Nessuno viene mai a trovarci da quelle parti, chi diavolo potrebbe mai essere?
Corro fuori, incontro al mezzo, identico a quello ormai arrugginito nel capanno che i miei avevano parecchi anni fa. La macchina si ferma in mezzo al cortile e da essa scendono, armati di bei vestiti e sorrisi caldi pieni d’amore.
«Lizzie, sei pronta?» mi chiede papà, avvicinandosi e dandomi un abbraccio che in vita mia non ho mai ricevuto.
«Chi siete voi?» chiedo, confusa. Ho ucciso i miei genitori a colpi di accetta non più di un’ora fa.
Mia madre sorride. «Sveglia, Lizzie. Torna alla realtà».

 

 

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